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Turchia: anche i “mercati” contro Erdogan

Erdogan aveva sostenuto che al suo rientro in Turchia, dopo il viaggio ufficiale in Nord Africa, le rivolte sarebbero già cessate: il rientro è stato giovedì e questo lunedì le piazze sono ancora in fermento. Non sono, però, in movimento solo le piazze giovanili, ma anche quelle finanziarie.

Gli attacchi speculativi, che non sono dettati dalla sola emotività delle Borse, hanno messo in crisi i mercati finanziari turchi e l’apertura della borsa di Istanbul è stata rinviata. La reazione di Erdogan, «Se collassa la Borsa di Istanbul, voi (speculatori, ndr) sarete sotto le macerie e non Tayyip Erdogan», sarebbe anche lodevole e degna di nota, non fosse che il Premier ha detto Tayyip Erdogan e non la Turchia, a riprova del delirio personalistico del leader, e che, soprattutto, è stato proprio Tayyip Erdogana metter la Turchia nelle mani degli speculatori.

Una speculazione che ha subìto una battuta d’arresto, almeno nella sua versione edilizia, proprio a causa della rivolta giovanile che, nel mettere a rischio la continuità del potere, sta spingendo gli speculatori a ritirarsi. In questo la reazione delle Borse non è quella emotiva non legata al reale andamento dei mercati. Inoltre la feroce repressione ostacola l’ingresso della Turchia nella UE, allontanando altri speculatori, investitori e professionisti della delocalizzazione.

Il premier, che fino a poco tempo fa si riteneva prossimo a divenire il nuovo leader del medio oriente sunnita, si trova sotto attacco da più fronti e sta reagendo in maniera scomposta. Le sue dichiarazioni, «Siamo pazienti, rimarremo pazienti, ma la nostra pazienza ha dei limiti», hanno portato ad un riaccendersi degli scontri, che la pacatezza del presidente Gul aveva, mentre il premier era all’estero, per un attimo frenato.

I deliri da Raìs del premier si notano anche in questa dichiarazione, che getta ulteriore benzina sul fuoco: «Possiamo essere contestati solo dal popolo della Turchia, non da questi gruppi marginali. E possiamo essere contestati solo nelle urne». Intanto dovrebbe mettersi bene in testa che questi gruppi non solo non sono marginali, ma, anche lo fossero, restano parte integrante del popolo turco tanto quanto i clericali che sostengono lui; in secondo luogo, come ha fatto notare il suo Presidente, quando non ci sono elezioni alle porte è legittimo scendere in piazza e criticare il governo sui social network.

Proprio alle elezioni però potrebbe esserci la sorpresa, non tanto di una sconfitta dell’AKP, ma che il partito vi arrivi spaccato o con lo stesso Gul come leader. Egli sembra essere, infatti, l’unico in grado di mantenere compattezza nel paese e nel partito: Erdogan rischia di essere fatto fuori ben prima che si arrivi alle urne. La democrazia non si esprime solo nel voto e non si risolve in una dittatura della maggioranza. Una dittatura che non può permettersi di arrestare chiunque twitti contro il regime, come sta facendo in questi giorni il regime – perché regime è come si deve chiamare un governo che incarcera chi critica il governo e sostiene legittime manifestazioni di piazza sul web o altrove: gli incarcerati sono già una cinquantina, e poi Erdogan si incazza se viene definito dittatore.

Siamo di fronte al crescente nervosismo di un aspirante tiranno che gli esportatori di democrazia si limitano a bacchettare con critiche di maniera, ma senza alzare i toni, come avrebbero altrimenti fatto con altri regimi: del resto si dovrebbe ben sapere che i migliori affari in Borsa si fanno quando questa precipita, a condizione che vi sia continuità di potere.

Ferdinando Menconi

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