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"La grande bellezza" di Sorrentino

Dell’ultimo lavoro di Sorrentino, “La grande bellezza”, se ne è scritto e parlato tanto da far venire la voglia di mettersi al riparo da tutto questo rumore non leggendo, non ascoltando e magari non andando neppure al cinema; eppure questo film va visto, per l’originale merito che ha: dopo, sarà difficile raccontarlo perché, nonostante i tanti episodi, gli spunti e i riferimenti, come un puzzle non si lascia frammentare. Come la vita. 

Un’azzeccata Ferilli strabordante nei costumi succinti che avviliscono le sue generosità, un Verdone perennemente reduce di se stesso, o un Servillo, la cui persona è letteralmente “maschera”, non sono comunque rilevanti per l’economia della trama, e non lo sono di certo neanche i baccanali nelle sontuose terrazze della capitale, in cui viene ambientato il fulcro delle vite dei personaggi ritoccati, grotteschi, tremendamente soli e, per questo, bisognosi di disperdersi nel divertissement: nelle notti bianche e assordanti, nelle sbronze che trovano sollievo solo quando si ricomincia a bere e negli strali più velenosi, i pettegolezzi sul proprio vicino d’inettitudine, il finto amico.

A rappresentare la trama dell’opera non sono tanto la Roma notturna abbandonata e finalmente sola, la sua austera pietra, il meraviglioso e raccolto “Giardino degli Aranci” in cui solo gli innamorati osano perdersi o gli interni sfarzosi dei palazzi tenuti sotto chiave da decrepite principesse, ma tutto questo bailamme insieme, in cui il bello convive con il torbido fino a confondersi con esso, e la più che matura protagonista femminile veste ancora i panni della spogliarellista con la pretesa di essere raffinata; lei che di raffinato non ha proprio nulla, ma rimane comunque “una ragazza pulita”, nonostante l’età, nonostante l’AIDS. 

Sorrentino si serve di questa mancata linea di demarcazione – tra il bello e il brutto, il cui sintomo più estremo è la volgarità; tra l’emancipazione delle donne sinistrorse, che si autodefiniscono “con le palle”, e la grazia immatura delle vergini novizie; tra l’intelligenza e la vanità che della prima fa scempio; tra la sfrenata ambizione e il puntuale mancato innamoramento per l’oggetto desiderato – per fare un continuo rimando alla nostra società oramai irrimediabilmente promiscua. 

Siamo nel pieno barocco del trompe l’oeil: l’artefatto inganna sul vero, ma ancora più pericolosamente sul falso, mentre l’apparenza si mescola con la realtà; è così che il mestiere salottiero di sapere tante cose inutili, per meglio dimenticarsi, sublima abilmente il fallimento dei propri sogni giovanili e quindi la miseria di una “vita mancata”.

Come sottofondo resta il profano da cui, seppure a sprazzi, si sprigiona un sentimento d’alterità, in una tensione irrisolta verso la bellezza, che è origine e unica salvezza possibile. 

Ecco perché “La grande bellezza” costituisce un richiamo di infinita nostalgia e un augurio di tornare, come allora, a innamorarsi spassionatamente e, per dirla con Nietzsche, a «divenire ciò che si è»

Non si può raccontare il film a episodi: una è la vita e farla a pezzi significa interromperne il continuo flusso e spezzarne il senso più autentico.

Fiorenza Licitra

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