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Ultimatum di Erdogan al popolo del Parco Gezi

Erdogan ha dato 24 ore di tempo ai manifestanti per sgombrare il Parco Gezi e Piazza Taksim, dopo aver incontrato artisti e studenti universitari, tutti accuratamente scelti dai Servizi e spacciati come «rappresentanti della società civile». Naturalmente la “Piattaforma Gezi Park” non è stata invitata alla riunione, coerentemente alla linea fin qui tenuta dal premier di dialogare solo con se stesso.

«La voce di quanti hanno voluto far sentire le proprie ragioni è stata ascoltata. Si può essere d’accordo o meno. Ma è così che funziona la democrazia», ha detto il portavoce del partito di governo, Huseyin Celik. Peccato che in democrazia le voci del dissenso, di solito, non vengano selezionate dall’Esecutivo. Quanto fosse truffa l’incontro emerge dalle parole di Ipek Akpinar, una delle invitate al monologo camuffato da dialogo: «Crediamo sia necessario che Gezi Park rimanga un parco. Le violenze devono terminare e un’indagine deve assicurare i responsabili alla giustizia. Speriamo che il dialogo vada avanti dopo la fine delle violenze». Già: ma quale dialogo, se questo non è mai iniziato? E quali responsabili di quali violenze? Dubitiamo che intendesse i poliziotti che sono arrivati a dirigere gli idranti sui disabili.

Quando Erdogan si rivolge ai giovani lo fa indirettamente e sembra di sentire la versione islamica di Giovanardi, «È il mio ultimo avvertimento. Dico alle madri, ai padri, portate via i vostri figli da li». Per lui i dimostranti sono solo giovinastri dediti al bere ed alla sovversione, così li tratta come fossero dei minushabens che meritano una bella sculacciata da mamma e papà. E se poi la polizia ne fa fuori qualcuno se la sono cercata come Stefano Cucchi.

Il massimo della malafede il premier lo raggiunge, però, quando dichiara «Non possiamo aspettare, Gezi Park non appartiene ai manifestanti che lo occupano, ma a tutti». No, non può aspettare lui. Il parco lo ha già tolto a tutti, consegnandolo agli speculatori della cementificazione, mentre sono i manifestanti ad essere lì proprio perché l’area verde  appartenga a tutti e non solo ai gestori del centro commerciale che dovrebbe sostituirlo.

«Lasciate la piazza e considereremo l’ipotesi di indire un referendum a Istanbul sul destino di Gezi Park» è il massimo delle concessioni che Erdogan si è sentito di fare, ma la sua proposta di referendum cade nel vuoto. Quale credibilità può avere un Premier che fino ad ora ha tenuto un atteggiamento di minaccia e chiusura? Inoltre egli non propone il referendum, ma si dichiara graziosamente disposto solo a prenderne in considerazione l’ipotesi, nello stile di un magnanimo Sultano che imporrà comunque la sua volontà.

Intanto, però, nelle piazze turche sono scesi in piazza gli avvocati per protestare contro l’arresto di ben 74 loro colleghi, rei di aver voluto difendere i dissidenti: anche per costoro Erdogan invocherà l’aiuto delle mamme e dei papà di Turchia per farli tornare a casa?

Ferdinando Menconi

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