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SI PARLA DELL’IVA, SI PARLA DELL’IMU. ANZI, SI CIANCIA

Sintesi giornalistica: «Interventi su Imu e Iva valgono 8 mld. Le risorse? Non rinvenibili». La fonte è il sito del Corriere, ma la provenienza è secondaria. Nelle constatazioni di fatto vanno bene persino i media mainstream – caso rarissimo in cui davvero “uno vale uno”, ossia "uno vale l'altro" - e comunque il riassuntino è proprio quello: innanzitutto il ministro dell’Economia, l’ex (ex?) Bankitalia Fabrizio Saccomanni, e in parallelo il suo collega dello Sviluppo (sviluppo?) economico, Flavio Zanonato, precisano che l’erario è a corto di soldi e che pertanto non si potranno raggiungere entrambi gli obiettivi. Eliminare l’Imu sulla prima casa ed evitare l’aumento di un punto percentuale dell’Iva. Tutt’al più uno dei due. E con grandi sforzi, ahimè ahimè.

Governanti? Ma figuriamoci. Amministratori di condominio. Con tutto il rispetto per questi ultimi, quando fanno bene il loro mestiere. Perché poi, a farla breve, proprio di questo si tratta: di fare bene il proprio mestiere. E nel caso di chi governa, evidentemente, il compito da svolgere, anzi la funzione, non si può esaurire nel fare i conticini a tavolino e nel concludere che, sai com’è, i quattrini non ci sono e non c’è alcuna alternativa a danneggiare – a continuare a danneggiare, a insistere a danneggiare – la popolazione nel suo insieme. Accanendosi sui ceti più svantaggiati, che con la sistematica disgregazione delle classi medie si avviano a essere tutti i ceti dai più bassi in su, con la sola eccezione di quella ristretta oligarchia di privilegiati che se ne sta in cima alla scala sociale e può ancora fregarsene; e andando persino contro quello stesso modello economico, sviluppista e consumista, che si è voluto imporre a ogni costo anche in Europa e in Italia, dopo averlo collaudato, ed esasperato, negli USA.

In questo quadro, di cui non bisogna mai smettere di ricordare la natura strategica e, appunto, oligarchica, le recentissime discussioni sull’Imu e sull’Iva sono allo stesso tempo una risibile messinscena e un gravissimo insulto collettivo. Il governo Letta, che al di là delle chiacchiere di superficie sul rilancio “urgente e imprescindibile” non è altro che la prosecuzione di quello guidato da Mario Monti, si guarda bene dall’affrontare i veri nodi della crisi e persiste nella sottomissione agli interessi, e ai diktat, della finanza internazionale. Avvitandosi, checché se ne dica, sulla spirale recessiva che abbatte il Pil. E che di conseguenza, in forza degli accordi di Maastricht, rende sempre più difficile rispettare il limite obbligatorio del tre per cento nel rapporto tra il deficit nazionale e lo stesso Pil: hai voglia a ridurre le spese, se la produzione cala/crolla e il denominatore della frazione si riduce.

Chiaro: il vizio insormontabile è proprio nell’intero modello, ma non c’è neanche più bisogno di metterlo in discussione nelle sue (deliranti) linee teoriche. Ormai, dopo quasi cinque anni di crisi pesantissima e senza la più piccola certezza sui tempi e sui modi del suo superamento, basta constatarne il totale inceppamento.

Risaputo, da queste parti. L’unica priorità è tutelare gli interessi della suddetta finanzia internazionale, specie se di matrice statunitense, e a questo obiettivo si è pronti a sacrificare tutto il resto. Riducendo le sorti dei popoli a una mera questione di “coesione sociale”, da tenere sotto controllo non già perché sia giusto e doveroso, allo scopo di assicurare ai cittadini una sufficiente sicurezza materiale e una piena dignità morale, ma solo perché in caso contrario verrebbe messa a rischio la legittimazione delle cosiddette democrazie occidentali. Con il possibile scatenarsi di ripetuti tumulti, o persino di insurrezioni su vasta scale, che costringerebbero l’establishment a rendere manifesta, attraverso una dura repressione dei disordini, la sua natura autoritaria e paradittatoriale.

Fintanto che non si sarà costretti a fare diversamente, quindi, si seguiterà a parlare dei dettagli. Con l’aria pensosa, a un tempo dolente e a un tempo inflessibile, di chi amerebbe dispensare miglioramenti rapidi e universali, ma proprio non può. Ahimè. Ahinoi. AHIVOI.

Al primo livello c’è il messaggio esplicito: mancano i soldi, connazionali carissimi, per cui portate pazienza e sperate che un giorno, chissà quando, le cose tornino ad andare meglio, o se non altro meno peggio. Al secondo livello c’è l’amara verità: dateci fiducia, o quantomeno lasciateci fare. Alla fine, per noi, è esattamente lo stesso.

Federico Zamboni

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