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BRASILE IN PIAZZA: NON VIVIAMO SOLO DI FUTEBOL

Fiammate sparse, per ora. E la domanda essenziale verte proprio su questo: se le ripetute manifestazioni antigovernative che si vanno ripetendo in Brasile negli ultimi giorni, e che hanno colto di sorpresa un po’ tutti, abbiano oppure no la potenzialità di trasformarsi in qualcosa di più.

Se a fungere da innesco, infatti, è stata una decisione specifica quale l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico, la protesta si è rapidamente estesa, e saldata, a questioni di maggior rilievo. Innanzitutto, si è puntato il dito contro il maxi investimento di soldi pubblici che si sta facendo per i Mondiali di calcio del prossimo anno, nonché per le Olimpiadi del 2016 che si svolgeranno a Rio De Janeiro. A loro volta, poi, queste due iniziative dispendiosissime, i cui costi complessivi e le cui vere ricadute si scopriranno davvero solo a cose fatte e magari con parecchi anni di ritardo (vedi le Olimpiadi di Atene del 2000), rimandano a critiche di carattere generale. Sulla spesa sociale ancora insufficiente, nonostante i miglioramenti causati dalla massiccia crescita economica, e sui livelli tuttora elevati di corruzione dei politici.

A suscitare qualche legittima preoccupazione, inoltre, c’è il forte rallentamento del Pil, il cui tasso di crescita è sceso dal 7,5 per cento nel 2010 al 2,7 nel 2011 e allo 0,9 nel 2012, e il leggero ma continuo aumento dell’inflazione, passata nel giro di un anno dal 4,98 al 6,50.

Le reazioni, in generale, sono state all’insegna della sorpresa, come abbiamo ricordato all’inizio, ma con delle punte di ottusità. Al primo posto quella arrogante dello svizzero Joseph Blatter, presidente della Fifa dal 1998, che ha avuto l’impudenza di replicare che «il calcio è più importante dell'insoddisfazione delle persone» e di accusare i manifestanti, poiché in Brasile si sta svolgendo la Confederations Cup, di usare «la piattaforma del calcio e la presenza della stampa internazionale per ampliare la protesta». A seguire, con una responsabilità collettiva e perciò sfuggente, i media nostrani che non solo poltriscono sui loro stereotipi ma non se ne vergognano affatto, e quindi ammettono senza imbarazzo alcuno di aver creduto che la sfrenata passione brasiliana per il futebol escludesse reazioni del genere. Che diamine: perché mai il Paese di Pelè, e di innumerevoli altri assi della pedata, dovrebbe anteporre il disagio sociale all’ebbrezza del tifo?

La presidente Dilma Rousseff, che appartiene al Partito dei Lavoratori come il suo predecessore Lula, ha provato a gettare acqua sul fuoco, riconoscendo che «le proteste pacifiche sono legittime e sono proprie della democrazia. È prerogativa dei giovani manifestare» e promettendo che terrà conto delle ragioni della protesta. E in effetti un primo risultato è stato raggiunto, visto che le autorità di Rio de Janeiro e di San Paolo hanno fatto marcia indietro e stabilito di lasciare inalterate le tariffe dei mezzi pubblici.

Ciononostante, le manifestazioni continuano. E si profilano obiettivi assai più ambiziosi: «Non lottiamo solo contro l’aumento dei prezzi ma per i nostri diritti. Il popolo si è svegliato. Lottiamo per un migliore sistema sanitario, per l’educazione. Ne abbiamo abbastanza dell’ingiustizia dilagante».

Sembrano le parole di un leader. Sono quelle di uno dei tanti cittadini brasiliani che si stanno ritrovando lì, in strada, a inseguire qualcosa di meglio dell’ambigua gloria economica dei Brics, e di quella ancora più effimera dell’eventuale conquista della “Copa do mundo” del prossimo anno.

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