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ALTROVE LA RABBIA. QUI IN EUROPA SOLTANTO INERZIA

Turchia e Brasile sono due dei Paesi che marciano ai più alti livelli di incremento della produzione, nonostante un rallentamento del secondo negli ultimi due anni. L’Europa è fra le aree del mondo in maggiore difficoltà, col PIL stagnante o in regresso.

Turchia e Brasile sono scossi da proteste talmente estese e dure da rasentare la rivolta sociale. In Turchia tutto è scaturito dalla sacrosanta opposizione al progetto di abbattere centinaia di alberi di un parco per costruirvi un grande supermercato, ma evidentemente quell’episodio era solo un pretesto che ha appiccato il fuoco alla miccia di una contestazione generale al governo. In Brasile la protesta è partita dal malcontento per le spese che alimentano il gigantismo delle celebrazioni sportive e per un aumento di 20 centesimi del biglietto degli autobus: pretesti futili per dare sfogo a un disagio ben più profondo.

In Europa, a parte i sussulti di disperazione, più che di ribellione, della Grecia, assistiamo  a una sorta di rassegnato fatalismo, quasi di abulia.

Bisogna chiedersi come mai Paesi in pieno sviluppo siano scossi dalle ribellioni, mentre nazioni in cui un impoverimento drammatico coinvolge ceti un tempo benestanti siano spenti in un’attesa inerte. Una prima risposta può essere il fatto che Paesi come la Turchia e il Brasile oggi, come quelli arabi recentemente protagonisti di sommosse, hanno un’alta percentuale di giovani, per loro natura irrequieti e ribelli, mentre le popolazioni europee sono vecchie e infiacchite da decenni di abbondanza. Risposta soddisfacente ma non esauriente.

Un altro fattore da prendere in considerazione è l’azione esercitata dall’esterno, con un’abile propaganda e una vera e propria programmazione delle proteste alimentate dai social network e da notizie menzognere o esagerate al fine di eccitare gli animi. Si tratta di una spiegazione che fin troppo facilmente viene bollata come complottista, avendo invece un fondamento verificabile. Tuttavia  non è credibile che bastino sollecitazioni propagandistiche esterne per indurre masse di cittadini a riversarsi nelle piazze e a sostenere le fatiche di lunghi presìdi e i rischi di scontri sanguinosi, nonché di dure sanzioni penali.

Evidentemente c’è altro.

Questo “altro” è la realtà di uno sviluppo che non è un valore in sé. Dietro le statistiche brillanti sull’aumento del PIL in Turchia e sul “miracolo” brasiliano (non dimentichiamo che la B dell’acronimo BRICS è proprio il Brasile) ci sono squilibri sociali drammatici, corruzione degli amministratori a tutti i livelli, delinquenza dilagante, dissoluzione di antichi legami comunitari. In società statiche e adattate ai ritmi lenti e ciclici del mondo tradizionale, i sostegni familiari e comunitari e l’accettazione di un ordine consolidato rendevano tollerabili anche vistose differenze di classe e di ceto, vissute come inevitabili. In società messe in moto dalle dinamiche frenetiche della modernità, con una gioventù inquieta e acculturata, un desiderio di cambiamento e di miglioramento diventa difficilmente arginabile.

Possiamo comprendere ciò che accade in Turchia e Brasile ripensando al nostro recente passato. Le proteste più forti, le lotte sociali e per i “diritti civili” più incisive e partecipate, compresi scontri durissimi con gli apparati di repressione, ebbero luogo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando l’incremento della produzione era continuo e si diffondeva un apparente benessere a ceti che ne erano stati sempre esclusi.

Attese impazienti che restano insoddisfatte, desiderio di protagonismo, ideologie rivoluzionarie, animano i movimenti sociali, non il calcolo del PIL in aumento o in diminuzione. Né la miseria diffusa né l’impoverimento di alcuni strati sociali sono di per sé condizione necessaria e sufficiente delle rivolte. Oggi, dopo l’esperienza di altri periodi di congiuntura economica sfavorevole, presto superati dalla ripresa del ciclo espansivo, molti in Europa attendono che lo stesso meccanismo ciclico rilanci produzione e consumi, affidando le loro sorti a ceti dirigenti senza carisma e di scarsa competenza.

Manca la consapevolezza del carattere epocale e non congiunturale della crisi, oppure, ipotesi più inquietante, lo spirito del tempo nel nostro continente è segnato dal fatalismo dell’attesa di una fine, quasi speranza  inconfessata di apocalisse. 

Luciano Fuschini

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