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Delirio Erdogan: «Turchia e Brasile, un’unica regia”

Non soddisfatto della sua opera di repressione e di aver incarcerato i manifestanti come terroristi, il premier turco si lascia andare a deliri da dittatorello e si scaglia contro i poteri forti, quegli stessi che lo hanno sostenuto fino ad ora e che, anzi, vedi gli interventi Bonino, continuano a farlo, nonostante abbia passato più linee rosse di Assad.

Erdogan ha il coraggio di sostenere che i manifestanti «Hanno macchiato l’immagine della Turchia, oscurato il ruolo internazionale del Paese. E ora stanno tentando di fare la stessa cosa in Brasile. I simboli sono gli stessi, i manifesti sono gli stessi, Twitter, Facebook sono gli stessi, i media internazionali sono gli stessi. Tutto è gestito dallo stesso centro». Non lo sfiora neppure l’idea che sia stata la sua repressione, la sua totale forma di chiusura verso le libere voci del dissenso, specie se messe in rete, ad aver macchiato l’immagine della Turchia.

In realtà l’immagine pubblica internazionale del popolo turco non è mai stata così alta nella storia e questo lo si deve ai ragazzi di Gezi, non è certo divenuta popolare grazie ai veli, in testa e sull’informazione, al divieto di bere, dopo le 22 e vicino ai luoghi di culto abramitici, oppure al divieto di rossetto rosso, imposto alle hostess della Turkish Airlines. Tutto questo, però, l’aspirante Sultano e Califfo rifiuta di vederlo e adesso se la prende con i poteri forti.

Il paragone col Brasile, poi, è assolutamente fuori luogo. Non entriamo né nel merito della protesta brasiliana, né in dietrologie su chi l’abbia fatta esplodere, ma probabilmente è spontanea. Tuttavia il sostegno dei “media internazionali” non è lo stesso, come non lo è il fantomatico “centro” che tira i fili: ci mancava solo Erdogan il complottista. Un esempio, ma il più palese di tutti, del diverso atteggiamento dei media su Brasile e Turchia, e anche su Israele (l’altro ladro di Pisa mediorientale), è dato dai telegiornali subliminali a margine delle partite di calcio. Quello sport che si vorrebbe depoliticizzato, ma che è costantemente usato per insinuare le cellule cancerose del pensiero unico dominante.

Nella stanca televisiva di inizio estate stiamo venendo subissati di campionati internazionali di football, Confederations Cup, Europei Under 21, Mondiali Under 20, che sono probabilmente i programmi più visti e gli unici potabili: quindi nei prepartita della Confederations, specie se di Brasile Italia, siamo stati bombardati dalle immagini della rivolta locale. Il che sarebbe anche corretto, un po’ di informazione per il tifoso ebete non guasta, solo che il trattamento riservato al Brasile non è stato esteso alla Turchia, dove si sta giocando l’Under 20. Eppure di immagini, e di maggior crudezza, ve ne sarebbero state ancor di più. E questo per tacere di Israele, dove si è giocato l’Europeo Under 21 e si dove si sarebbero potuti trasmettere interi servizi, fra prepartite e intervalli, visto che la violazione dei diritti umani nei “territori” è stata riconosciuta da ONU e UE; roba da cancellarlo proprio, quel campionato.

Il Brasile è un BRICS, se lo metta in testa Erdogan, non un paese perfettamente inserito nei piani della finanza internazionale. Cioè quella da Bilderberg, per capirci fra noi, o «dallo stesso centro», per dirla come il complottista di Ankara. Quindi i burattinai, se ve ne sono, sono burattinai diversi, anche se tutto lascia supporre che entrambe le rivolte siano state spontanee, e per quanto si possa tifare BRICS non si può farlo con i paraocchi. Ben diverso è, e sarà, l’atteggiamento verso Brasile e Turchia, pertanto se verso Ankara sta crescendo l’insofferenza internazionale, vedi il richiamo incrociato di ambasciatori con Berlino, ciò è dovuto all’atteggiamento autoritario e repressivo di Erdogan.

Sempre sul richiamo incrociato vale la pena rilevare che la Merkel non è la Bonino e se si interferisce offensivamente negli affari interni della Germania («Come sapete ci sono elezioni a settembre in Germania. Se la Signora Merkel sta cercando un argomento da campagna elettorale, questo non dovrebbe essere la Turchia. Se pensa a quello che è successo con Sarkozy, vede che coloro che si sono immischiati nelle vicende della Turchia non sono finiti bene») la Cancelliera non abbozza: «Queste osservazioni sono suonate come incomprensibili qui. Non funziona così. Ed ecco perché l’ambasciatore turco è stato convocato».

Insomma, Erdogan è un po’ il cane che morde la mano che lo ha nutrito e ancora lo nutre, anzi peggio: è il bambino prepotente e viziato che fa i capricci perché è stato sgridato avendo esagerato nel maltrattare i compagni, dopo averle avute tutte vinte. La chiave di lettura delle uscite del Premier forse, però, sta anche nel fatto che è noto pure al suo popolo che questa è la situazione. E lui, quindi, vuole allontanare da sé le accuse di connivenza coi poteri forti, additandoli come avversari ed accreditandosi come loro nemico al pari del Brasile. In questo caso i poteri forti potrebbero perdonare l’arroganza del pargoletto, che tornerebbe all’ovile coi voti.

Speriamo invece che il suo popolo non gli perdoni né  l’ipocrisia né, soprattutto, le derive islamiste e autoritarie.

Ferdinando Menconi

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