Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Korn – 25 giugno 2013 – “Postepay – Rock in Roma”, Ippodromo delle Capannelle

Quando le cose sono troppo illuminate, si vede tutto. E vengono fuori le ombre. Lunghe e lugubri. Nere, come nei film di Murnau, ma tremendamente reali. E allora corri, corri pure, ma presto o tardi faranno capolino dietro l’angolo. E, lo sai, non si potrà scappare per sempre. Né basteranno gli incantesimi di certe “polverine” o una fede fideistica indossata a mo’ di corazza. Per mettersi davvero al riparo, c’è bisogno della forza. Quella vera, quella che nasce nel profondo più abissale. Quella che ti sbatte nudo sul campo di battaglia e ti chiede di lottare.

Per sconfiggere il nemico, i demoni del cuore, non potrai sperare in un bunker emotivo. La vita sa scardinare ogni resistenza, quando vuole. E sa lasciarti steso a terra, piccolo e miserabile, scavalcando col passo fermo del perfetto ostacolista qualsiasi barriera cerchiamo di mettergli di fronte.

Jonathan Davis, a poco più di vent’anni, ne ha passate talmente tante da poter scrivere un libro degli orrori e risultare credibile. Se si tiene ancora in piedi, lo deve soltanto a una fede assoluta: la musica. Sa che le sette note possono curare l’anima e sa che quando si sistema dietro il microfono e comincia a cantare, i demoni non riescono a tormentarlo più. James “Munky” Schaffer e Brian “Head” Welch lo pescano in una band uguale a mille altre, i SexArt, e capiscono che dietro quel ragazzetto triste e isolato (che a scuola soprannominavano “Hiv”, nientedimeno!), c’è una bomba pronta ad esplodere.

Loro due già da un po’ di tempo sono sulla breccia con una band, i LAPD, che fa a gomitate nell’underground e necessita del cambio di marcia decisivo per “svoltare”. Davis ci mette qualche tempo ad ambientarsi (anzi, in un primo momento non vorrebbe proprio essere tirato dentro, secondo leggenda), ma poi si “trova” e, addirittura, convince i nuovi compagni di avventura a cambiare un monicker tutto sommato convincente (LAPD sta, a seconda del periodo, per Love and Peace Dude, Los Angeles Police Department o Laughing as People Die) per sceglierne un altro, Korn, che apparentemente non sembra essere molto incisivo (irraccontabile la storia che ha portato alla sua scelta. Ci autocensuriamo!).

Il tempo di una demo in cui affilare le armi e poi dritti in studio per registrare un debutto omonimo che cambia il corso della musica rock contemporanea. I giornalisti e gli esperti del settore lo osannano come il primo esempio di nu metal, una delle infinite marche critiche che si sceglie di adottare per fare i difficili, e quindi darsi un “tono”, o quando non si sa bene cosa si ha di fronte. In realtà, l’album del gruppo di Bakersfield di “nu” o “new” ha davvero poco. C’è il metal meno ortodosso. Ci sono i Rage Against The Machine e i Red Hot Chili Peppers. C’è qualche goccia di grunge, qua e là. C’è il funk malato e slappato delle grandi periferie americane. C’è l’hardcore nella lezione più diffusa. C’è un filino di elettronica aggressiva. C’è il trash contaminato dei Sepultura. C’è Ross Robinson alla consolle C’è… ma, cavolo, c’è di tutto!

No, in realtà, Korn è un fantastico, innovativo “shake” musicale che farà scuola da quel 1994 in poi, creando uno stuolo di epigoni non sempre all’altezza (anzi, diciamolo, quasi mai) e una specie di moda casinara e “spacca tutto” che ha poco a che fare con il sound di Davis e sodali. Perché loro non solo hanno tonnellate di gusto e di capacità ibridanti, ma perché… perché loro in questo full lenght d’esordio sono tremendamente autentici, credibili. La perfetta colonna sonora di quanti, dopo il grunge e la schioppettata al cervello di Cobain, sono alla ricerca della prossima “scena” cui appartenere. Nei solchi di questo disco c’è tutto: aggressività e melodia, elementarità (leggi: immediatezza) degli arrangiamenti e raffinata complessità. Ma soprattutto… soprattutto c’è lui, già, il buon Jonathan, un cantante e liricista davvero fuori delle righe, che non ha paura di osare nulla con un microfono in mano. Canta, urla, passa da un pattern melodico al growl con la naturalezza di un veterano. Lo sentiamo cimentarsi su suoni puliti e distorti col piglio di un provetto eclettico. E… e lo sentiamo piangere, sì. Piangere! Come in Daddy, probabilmente uno dei capitoli più dolorosi e autobiografici che la musica degli anni Novanta avrà saputo regalare ai posteri. Non si scherza, di fronte alla furia di questo giovane uomo ferito e tremendamente complesso. Non si riesce a rimanere compiti e distaccati nei confronti di uno strazio che viene proprio da lì, dalle fogne dell’anima.

 

Korn diventa un “canone” che crea dipendenza, generando, come si diceva, una serie più o meno riuscita di epigoni e dando origine ad un mainstream musicale sinceramente difficile da concepire, a ragionarci. Sì, bisogna dire che troppi, e troppo male, ci si buttano a pesce, saturando il mercato di “robe” che delle volte stufano dopo mezzo ascolto. Però è anche vero che quella dei Korn, dei cocktailisti Korn, è una ricetta davvero ben fatta. Altrimenti non si spiegherebbe come mai il secondo episodio della loro carriera Life is peachy possa risultare, se possibile, ancora più credibile del loro esordio, con una ricerca musicale e lirico-testuale che può appartenere soltanto a chi è effettivamente in grado di spingersi al limite di certe possibilità.

E infatti, dopo i riscontri di critica e buone vendite, per i Korn arriva la consacrazione come star mondiali e punto di riferimento per quanti, alle soglie del secondo millennio, hanno intenzione di cimentarsi con un sound che faccia dell’aggressività, ma anche della riflessione e del gusto, il giusto paradigma. Da questo momento in poi, comincia una scalata inesorabile, fatta di album e di tour mondiali sold out, di piccoli scandali ed episodi al limite del gossip, che tirano in alto e in basso le quotazioni dei giovanotti di Bakersfield, che osano sempre, che osano un po’ di tutto. Non sempre in maniera convincente, non sempre con la giusta lucidità, ma sicuramente sempre animati da uno spirito propositivo fuori dalla norma. E così, tra abbandoni, conversioni religiose dell’ultimo momento, malattie e improvvisi ripensamenti, la band taglia quest’anno il ventesimo anno di attività.

Un traguardo importante non soltanto per motivi strettamente cronologici, quanto per lo sforzo di volontà post-successo di cinque ragazzi che, in fondo, dopo i lustrini e le grandi ribalte, non si vergognano di imbracciare strumenti e tarare gli amplificatori cercando di capire quale futuro poter dare alla musica del “post tutto”.

Quanti di voi vogliano dare loro un personale in bocca al lupo e, magari, scatenarsi in una danza frenetica e ipnotica sulle note di Freak on a leash e Falling away from me, sono pregati di recarsi domani sere all’Ippodromo delle Capannelle, ore 22, per un altro imperdibile appuntamento di Rock in Roma 2013. Nessun dubbio che il prezzo del biglietto possa essere un ottimo investimento, state tranquilli.

Sometimes I cannot take this place/ Sometimes it’s my life I can’t taste/ Sometimes I cannot feel my face/ You’ll never see me fall from grace.

Info: 06 5422 0870.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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