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Caso Snowden: le nuove frontiere della dissidenza

Il clima assomiglia di nuovo a quello della Guerra fredda, ma il mondo è profondamente cambiato: i dissidenti di oggi scappano in Russia anziché in Occidente e gli USA si indignano come faceva l’URSS dei bei tempi andati.

Il caso Snowden sta imbarazzando gli Stati Uniti, e non solo per la fuga di notizie, che ha mostrato quanto la democrazia stelle e strisce fosse molto formale e poco sostanziale, con i suoi controlli orwelliani sui cittadini. La difesa del “traditore” non fa una piega quando sostiene di aver agito in difesa della costituzione; in fondo, come dice lui, «Se avessi voluto danneggiare gli Usa, avrei semplicemente potuto bloccare il sistema di sorveglianza in un qualsiasi pomeriggio. Ma non era questa la mia intenzione. Chi lo pensa, dovrebbe mettersi al mio posto: vivevo alle Hawaii, un paradiso, guadagnavo un sacco di soldi, perché avrei dovuto lasciare tutto questo alle spalle?». Forse, però, il maggior tradimento, che fa di lui il nemico pubblico numero uno dell’American way of life, è proprio nell’aver preferito l’etica al denaro.

Con i suoi potenti mezzi di disinformazione di massa gli Stati Uniti stanno cercando di rivoltare la frittata: il grave non è che essi violassero i diritti fondamentali dei loro cittadini, ma che non possono impossessarsi della spia per colpa di quei cattivacci dei russi. Anche in questa operazione, però, stanno facendo una meschina figura, quella che brucia di più e che sta offuscando la loro aura di onnipotenza: la Russia li sta nuovamente umiliando e si sta comportando con gli USA come loro si comporterebbero col resto del mondo, con la non marginale differenza che Mosca nega l’estradizione agendo all’interno delle regole giuridiche.

L’irritazione a Washington è palpabile. Snowden è finito fra le braccia dell’unico governo che osa opporsi apertamente ai diktat statunitensi e lo sta facendo in punta di diritto: per quanto sia a Mosca il ricercato è nell’area transiti, quindi non ha mai varcato il confine, e non ha mai commesso crimini in Russia, quindi è fuori questione un arresto che lo conduca oltre confine, dove una procedura di estradizione potrebbe essere iniziata.

Potrebbe, però, se solo vi fossero accordi di estradizione, ma questi non vi sono soprattutto per volontà degli USA che non volevano rischiare di potersi trovare in imbarazzo nel dover restituire dissidenti, nemici di Putin o della Russia stessa, quella Russia che un loro aspirante Presidente indicava, in campagna elettorale come il nemico numero uno. Aspirante che oggi, in veste di senatore dell’Arizona, rincara la dose e da fine diplomatico si permette di dichiarare che: «Dobbiamo cominciare a trattare Putin per quello che è: egli è un vecchio apparatchik ex colonnello del KGB che sogna i tempi andati dell’Impero Russo e non smette mai di infilarci il pollice nell’occhio in ogni maniera possibile».

Anche fosse vero, dove sarebbe il crimine? Forse che solo gli USA hanno diritto ad essere impero? Ma le attitudini di Putin più che imperialiste, sono piuttosto di voler impedire che Washington imponga le sue leggi al mondo, e questo necessita che la Russia riprenda un ruolo importante sul palcoscenico internazionale. C’è bisogno di qualcuno che si opponga allo strapotere dell’Impero Americano, anche a costo di infilargli continuamente il pollice nell’occhio, come il “vecchio apparatchik” sta facendo, e con successo, sulla questione siriana.

Dichiarazioni, quelle di McCain, che, se fatte da un parlamentare della Duma contro Obama, avrebbero fomentato lo sdegno dei media mainstream e scatenato la diplomazia USA, ma Putin reagisce con la sua gelida noncuranza, ancor più irritante, costringendo così Kerry a ricalibrare le richieste statunitensi: «Non c‘è un trattato sull’estradizione, ma ci sono standard di comportamento tra nazioni sovrane. Vorremmo semplicemente chiedere ai nostri amici russi di rispettare il fatto che una nazione partner, membro dei cinque Paesi permanenti alle Nazioni Unite abbia fatto una normale richiesta rispettosa dei sistemi giuridici, e che questa abbia il diritto di essere accolta».

Il che sarebbe anche ragionevole, ma solo se gli USA fossero un paese che rispetta quegli standard o che tratta le altre nazioni come sovrane e non suddite. Inoltre, la richiesta non ha tanto «diritto di essere accolta» ma solo di essere considerata. E la Russia l’ha considerata e respinta, applicando proprio il diritto internazionale.

Gli Stati Uniti hanno dovuto giocare l’ultima carta possibile, ossia il ritiro del passaporto, impedendo a Snowden una partenza legale dalla Russia e bloccandolo nell’area transiti dell’aeroporto moscovita, sperando, senza successo, di imbarazzare così il Cremlino, che invece non fa una piega e resta fermamente intenzionato a non toccare quello che per loro è, giustamente, un semplice passeggero in transito che sperano possa presto volare via verso altri lidi. Quelli che ha scelto lui, però, e non i nipotini del Grande Fratello; magari quel Venezuela che, figlio di Chavez, si dice pronto a concedere l’asilo per garantire a Snowden l’incolumità.

Nella nuova Guerra Fredda una buona notizia è finalmente arrivata: per i dissidenti ci sono (aero)porti sicuri e paesi amici pronti a difenderli ed accoglierli, anche se la New York Pravda li indica come dittatoriali e imperialisti. Non è cambiato molto quindi dai tempi Check Point Charlie: sono solo i protagonisti ad aver invertito i ruoli.

Ferdinando Menconi

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