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Giro, girotondo: «Amare-la-pace, armare-la-pace»

La mirabile frasetta, più filastrocca che aforisma, arriva dal ministro della Difesa, il PdL Mario Mauro. Il quale l’ha sciorinata alla Camera nell’ambito del dibattito, o presunto tale, che si sta svolgendo in Parlamento a proposito dell’acquisto dei cacciabombardieri F35.

Una commessa che all’origine prevedeva ben 131 apparecchi e che al momento, dopo la riduzione decisa dal governo Monti, è scesa a 90, per un ammontare compreso fra 13 e 17 miliardi. Un esborso che per quanto distribuito su parecchi anni, con una scadenza massima fissata al 2047, è stato logicamente messo in discussione a causa delle gravi difficoltà in cui versano sia i conti pubblici, sia l’economia produttiva nel suo insieme: nel momento in cui i margini di manovra dell’esecutivo sono tanto ristretti, in forza degli obblighi imposti dalla Troika all’Italia e, più in particolare, del pareggio di bilancio e del Fiscal compact, è assurdo che si vogliano destinare somme così cospicue al riarmo. Così come, del resto, lo è il fatto che si insista a finanziare le cosiddette “missioni di pace” all’estero, a cominciare da quella in Afganistan.

Di fronte a queste contestazioni, di cui si sono fatti portatori soprattutto il M5S e SEL, la maggioranza si è rifugiata nel suo ormai classico (classico dopo appena due mesi!) escamotage: un rinvio della questione a data da destinarsi, guardandosi bene dal riconsiderare il senso e le finalità delle singole misure. Come scrive il Giornale, tanto per citare una fonte che di sicuro non è contraria all’iniziativa, «Il testo, presentato dal Partito democratico, condiviso poi da Pdl e Scelta civica, “ai sensi della legge 244 del 2012” (revisione dello strumento militare nazionale), impegna il governo a una sostanziale sospensione dei contratti per i nuovi velivoli, fino a che non sarà conclusa un'indagine parlamentare, che accerti le reali necessità dell'Italia e a sentire il parere del Parlamento in merito. Sul piatto le dinamiche di difesa anche a livello europeo». La mozione è stata approvata dall’assemblea di Montecitorio, ieri, con 381 voti a favore e 141 contrari.

La prospettiva, dunque, è che la futura «indagine parlamentare» sia solo uno strumento dilatorio, che serve a simulare la possibilità di un ripensamento (ravvedimento) in attesa di riconfermare in massima parte, se non in toto, la linea preesistente. La succitata incongruenza fra spese belliche e ristrettezze finanziarie diventa quindi del tutto logica, rientrando nel medesimo schema di una totale subordinazione degli interessi nazionali a quelli statunitensi. Invece di concentrare ogni risorsa sul rilancio dell’economia interna, come sarebbe coerente con il loro credo liberista, si stabilisce una sorta di doppio binario: da una parte quello privilegiato, e per così dire “ad alta velocità” su cui continuano a correre gli impegni, e i costi, degli accordi internazionali; dall’altra quello già malmesso e in via di ulteriore peggioramento, in perfetto stile treno locale da pendolari, su cui la circolazione diventa sempre di più un’incognita, abbandonando i cittadini a sé stessi e trincerandosi dietro il consueto dogma-alibi della mancanza di fondi.

Ancora una volta, quindi, l’unico approccio convincente di chi voglia prendere le distanze dal Governo, e dalla orrida coalizione che lo sostiene, dovrebbe essere una critica inesorabile delle sue strategie complessive. Viceversa, il solito Nichi Vendola, presidente di SEL, non trova di meglio che replicare all’ameno quasi-slogan di cui abbiamo riferito in apertura con una tipica tiritera radical-chic: «Ministro Mauro, per amare la pace bisogna dare speranza e diritti, e non cacciabombardieri».

Un altro classico, di questi anni di castrazione collettiva: la “sinistra” del mugugno, più o meno corrucciato, e delle pie intenzioni, più o meno ipocrite. Degli appelli a salve e delle alleanze suicide col Pd. Delle rivendicazioni campate per aria, che rabboniscono gli sciocchi, e delle sottomissioni quanto mai concrete, che soddisfano i potenti.

Ah, i diritti.

Uh, i rovesci.

Federico Zamboni      

 

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