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IL PROBLEMA NON È IL FINANZIAMENTO: SONO QUESTI PARTITI

Si potrebbero mitragliare raffiche di contestazioni, sul ddl con cui il governo Letta-Berlusconi vuole modificare il finanziamento pubblico ai partiti. Travestendolo sotto le mentite spoglie della libera scelta da parte dei cittadini, a cominciare  dall’introduzione di un nuovo meccanismo (meccanismo!) incentrato sul 2 per mille delle imposte sui redditi, che si potrà decidere di attribuire ai partiti oppure allo Stato. Oppure, per dimenticanza o per scelta deliberata, a nessuno dei due.

Tecnicamente, si tratterà di donazioni volontarie. Di fatto, non proprio. Il trucco, infatti, si annida in un automatismo analogo a quello che è oggi in vigore riguardo all’8 per mille, e che finisce con l’attribuire alla Chiesa cattolica una fetta cospicua dei fondi di cui i contribuenti non hanno specificato la destinazione (il cosiddetto “inoptato”). La ripartizione avviene dunque in due fasi. In prima battuta si imputano ai partiti le somme indicate espressamente, il che stabilisce una percentuale rispetto al’ammontare complessivo. Poniamo il 40 per cento. In seconda battuta quella stessa percentuale viene applicata alle somme rimaste prive di uno specifico beneficiario – ipotizziamo il 30 per cento – creando così un ulteriore importo da suddividere tra i partiti. I quali, perciò, si aggiudicherebbero sia il 40 per cento iniziale, sia un 12 per cento aggiuntivo.

Questo, d’altronde, è solo uno tra i molteplici marchingegni previsti nel ddl elaborato dall’Esecutivo, e com’è ovvio il resto è orientato in maniera analoga. Detto in maniera spiccia – e magari rozza: ma non è che per capire l’antifona ci voglia un genio – figurarsi se rinunciano al malloppo. Non ci hanno rinunciato a suo tempo, quando il referendum del 1993 aveva cancellato il regime preesistente con oltre il 90 per cento di consensi all’abrogazione, e non ci rinunceranno neanche adesso. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. I politicanti non vogliono perdere manco un pelo: gli cambiano nome.  

Paradossalmente, quindi, entrare troppo nel merito rischia di risultare fuorviante. E questo sia che ci si concentri nell’analisi delle singole disposizioni, sia che ci si imbarchi in una discussione di principio sulla legittimità, o persino sulla necessità, di un finanziamento pubblico ai partiti. In entrambi i casi, infatti, ci si allontana dal punto essenziale. Che non è il trattamento che sarebbe giusto riservare a dei partiti astratti, ma quello che è diventato doveroso, e urgente, applicare ai partiti reali. La differenza è abissale: nel primo caso si parla della società italiana come dovrebbe essere; nel secondo di come essa è.

Il classico abbaglio del riformismo, che non a caso è tanto caro a chi trae vantaggio dal sostanziale mantenimento dello statu quo. E al quale, purtroppo, tantissimi cittadini continuano ad abboccare.

La questione, se davvero si vuole porre fine al saccheggio dell’erario, va inquadrata fissando due principi elementari e inderogabili. Uno: i partiti vanno finanziati esclusivamente con versamenti diretti, nominativi e pubblicati online. Due: l’importo massimo non può eccedere una certa soglia, soprattutto quando si tratti di soggetti, individuali o associativi, portatori di interessi lobbistici.

Ogni altra impostazione, oggi, è da rigettare comunque. Perché i partiti di cui parliamo sono quelli odierni e non altri: soggetti screditati da sé medesimi e immeritevoli di qualsivoglia tutela economica a carico della collettività. Essendo delle specie di club, per non dire di peggio, se li paghino solo quelli che vogliono tenerli in piedi. E peccato, davvero peccato, non poter sapere dettagliatamente il perché da ciascuno di loro.

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