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Green Day – 05 giugno 2013 – “Rock in Roma”, Ippodromo delle Capannelle

Ci hanno provato in molti a capire quando tutto ebbe inizio. E nessuno, giustamente, ci è ancora riuscito. Perché, forse, almeno musicalmente, c’è sempre stato. Prima  dei Sonics, prima degli Stooges e prima degli Mc5. E, in fede alla sua essenza più caratteristica, che è sfuggente, non accetta di essere piegato ai normali sistemi di storicizzazione e classificazione.

Di che stiamo parlando? Una volta, quando il fenomeno prese completamente piede come scena a sé, lo chiamavano “punk rock”. In realtà, e lo si è scoperto con gli anni e negli anni, il punk deve essere interpretato non tanto come un semplice genere musicale, quanto come un grande, gigantesco contenitore culturale dove milioni di musicisti, artisti e semplici appartenenti, hanno messo e continuano a mettere del proprio. Il risultato è che la parola, pur denunziando dei connotati abbastanza omogenei nell’immaginario collettivo, in realtà significa tante, troppe cose per veicolare un significato univoco. Cose che, è vero, a volte sembrano essere lontanissime tra di loro, ma non per questo disallineate a livello di significato profondo.

Per esempio, chi può dire, conoscendo un minimo i protagonisti della stagione più gloriosa, che il “Filthy Lucre Tour” dei Pistols sia stato attitudinalmente meno punk di un concerto-happening dei Crass? E chi potrà affermare con sicurezza che Darby Crash e Billy Idol non facciano parte dello stesso baraccone di pelle, borchie e chitarre grezze?

Queste premesse in qualche modo “antinomiche” servono a spiegare un fenomeno nel fenomeno che, spesso, ha fatto storcere la bocca ai puristi della prima ora ma senza il quale, probabilmente, molte band dei primi tempi, oggi più note e apprezzate, non avrebbero potuto avere la longevità della quale hanno goduto in questo ultimo quarto di secolo.

 

Siamo a cavallo degli anni Novanta, quando tre ragazzotti di Berkeley, dopo aver sfornato un paio di album piuttosto interlocutori, danno alle stampe Dookie e sbancano le classifiche, indipendenti e mainstream.

Si chiamano Green Day, gli piace far casino e suonano un pop-punk veloce e molto orecchiabile, fatto di riff possenti e ritornelli che ti entrano dritti dritti nella testa. Non è certo la prima volta che qualcuno prova ad innestare una componente melodica molto forte su una trama sonora di un certo tipo. Il fatto è che, per dire i primi due nomi che vengono in mente, Ramones e Buzzcocks non hanno mai venduto milioni di dischi, né sono stati in programmazione continua in tutte le fasce orarie delle televisioni più prestigiose.

Inoltre, ed è forse questo il fattore che più sorprende e fastidia, nonostante un look tutto creste e colori, questi tre americani sembrano piacere un po’ a tutti, soprattutto a chi col punk, fino a quel momento, non ha avuto nulla a che spartire, divenendo in breve delle vere e proprie star e facendo polpette della sacra massima “kill your idols”. Gli oltranzisti settantasettini sono disgustati dalla loro ascesa vorticosa, mentre, sulla scorta del loro successo e di quello degli Offspring (il cui coevo Smash vende talmente tante copie da permettere alla loro casa discografica, la Epitaph, di diventare, di fatto, la prima indipendente a trasformarsi in una major!) tutta una pletora di band statunitensi e non si lanciano all’assalto del mercato.

Per quanto si possa storcere il naso, trattasi di una vera e propria “seconda ondata” del genere. Basta guardarsi in giro. Anche in Italia, anche in provincia. Tornano prepotenti mohicani e pins. Si sente riparlare per strada di Sid Vicious e della “truffa rock’n’roll”. Molti, sulle ali dell’entusiasmo, provano a imbracciare degli strumenti e a formare una band, nella speranza di emulare i fasti epocali di tre lustri addietro. I Green Day, insomma, per quanto possano dire “dinosauri” e contestatori, riaccendono le luci su una scena che sembrava morta e sepolta (particolarmente in Italia) da un decennio abbondante. Centinaia di band del passato trovano il coraggio di rimettersi insieme e riprendere la via del palco e/o dello studio, con il miraggio di guadagnarsi una briciola della nuova torta che l’occasione sembra offrire. Tornano in pista tutti, Pistols compresi, ed è facile parlare di “esigenza di far capire alle nuove generazioni che cosa eravamo” e tutti gli altri blablabla che si leggono sulle riviste specializzate. La realtà è che si cerca di riappropriarsi di un mestiere, quello del musicista, e di una categoria esistenziale, quella del musicista punk, che anni addietro non riuscivano quasi mai a garantire pane, birra e sigarette e che, invece, adesso sembrano promettere a tutti una seconda, ghiotta possibilità.

La “bolla”, nel giro di un paio d’anni, si sgonfia notevolmente, lasciando però nella testa di molti creatori a sette note una traccia significativa. Tutto un nuovo filone, estetico-musicale, sembra d’improvviso aver appreso la lezione del punk di “secondo corso”, velocizzando le composizioni, alleggerendo gli arrangiamenti troppo pomposi e puntando ad un’immediatezza di suono e di fruibilità che nel decennio precedente era difficilmente concepibile. Chiaro che ormai non si tratta più di una rottura culturale come poteva essere nella scena dei secondi anni Settanta, ma è comunque un dato di fatto che non sfugge e, in molti casi (si pensi anche a certe “trasandatezze” del grunge), non dispiace.

 

Dopo questa “bomba” che li ha rivelati, i Green Day continuano ad andare per la propria strada. Sanno di essere innanzitutto una band. Insomniac, Nimrod e Warning non dicono molto di più del loro multiplatinato predecessore, ma chiariscono, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Billie Joe Armstrong e soci credono in quel che fanno e credono nel modo in cui lo fanno.

Il suono rimane grossomodo quello, veloce e tremendamente ritmico, e dall’altra parte dell’oceano Atlantico, per quanto i riscontri commerciali non possano mantenersi sempre a livelli monstre, riescono tranquillamente a fare la loro parte. In più, perché è giusto che gli adolescenti crescano, cominciano a indirizzare i testi e le tematiche delle loro canzoni verso lidi un po’ più spigolosi e impegnati rispetto al passato. Per carità, la dimensione “funny” complessiva non ne esce mai palesemente sbugiardata, però si vede che i ragazzini stanno diventando (sono diventati) uomini e non hanno paura di azzardare un passo in avanti verso una specie di maturità.

Ora, ripassando cinquanta-sessanta anni di musica rock, credo sia molto difficile trovare, soprattutto tra coloro che hanno firmato bestsellers milionari di un decennio, gruppi in grado di mantenere una verve tale da riuscire a ripetersi in quello successivo. È, invece, esattamente quello che succede ai Green Day, che nel 2004 licenziano American Idiot. Trascinata dalla veeemenza dell’omonimo singolo (con il suo fantastico attacco di pieni e vuoti scandito dalla cassa di Tre Cool) e dal successivo, più ammiccante  Boulevard of broken dreams (curiosamente, lo stesso titolo di una delle più belle canzoni degli Hanoi Rocks), la release fa incetta di riconoscimenti (basti pensare al Grammy Award come miglior album o ai 7 Mtv Video music awards) e vende, pare, oltre 12 milioni di copie, riportando l’act americano in testa alle classifiche di tutto il pianeta, grazie anche a un world tour di supporto da molti ricordato come grandioso ed emozionante.

Dopo questo secondo, straordinario successo il combo di Berkeley diserta gli studi di registrazione per cinque lunghi anni, se si eccettua l’ambiziosa trasformazione in musical di American Idiot, prima di tornare in pista, nel 2009, con 21st Century Breakdown, un album forse meno incisivo del precedente, ma baciato comunque da una fortuna di pubblico e critica notevole.

La storia recente è fatta di  ¡Uno!, ¡Dos!,  ¡Tré! , un triplo album pubblicato “a tappe” lo scorso anno, che non ha incontrato il favore delle vendite dei suoi illustri predecessori. I motivi? Probabilmente perché è risultato un’uscita troppo corposa per un mercato discografico attuale povero di risorse e sicuramente per il periodo poco felice in cui è incappato il frontman del gruppo Billie Joe Armstrong, costretto a fare i conti con una fastidiosa quanto necessaria rehab da alcolici, che lo ha costretto qualche mese fa a “bucare” la tappa bolognese del nuovo tour, lasciando a bocca asciutta i suoi numerosissimi fan italiani. Che ora hanno un’imperdibile occasione di rifarsi nella seconda, prestigiosa tappa di “Rock in Roma 2013”, dove i Green Day avranno sicuramente intenzione di dar vita a un live show incendiario e indimenticabile, riconquistando i cuori dei loro aficianados.

Stasera, dunque, non mancate all’Ippodromo delle Capannelle. Apertura dei cancelli alle 20,30 per il gruppo spalla e, alle 21,30, largo ai ragazzacci di Berkeley.

Informazioni allo 06-5488.0870 e sul sito www.rockinroma.com.

One, two, three, four… Go!

Domenico “John P.I.L.” Paris

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