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Ma non chiamateli “Giovani Turchi”

La tentazione per la stampa semplificatrice sarebbe forte: sono giovani e sono turchi, quindi a qualcuno potrebbe saltare in testa di chiamare “Giovani turchi” i ragazzi di Piazza Taksim. Però non lo sono, salvo forse qualcuno, perché essere “Giovani Turchi” ha un significato specifico ed appartiene al gruppo che si macchiò del primo genocidio “moderno”: quello di armeni, greci e assiri durante la prima guerra mondiale, anche se evidentemente questo sfugge a quei membri del PD che hanno definito così una loro corrente. Come se nel PDL ci fossero state le “Giovani SS”.

Da una parte si potrebbe, però, obiettare che i giovani che stanno infiammando le piazze di mezza Turchia rientrano in quel solco di pensiero che laicizzò il pase, ma dall’altra si deve notare che se i “Giovani Turchi” erano laici, non tutti i laici sono “Giovani Turchi”. Il kemalismo è indubbiamente figlio di quella linea di pensiero, ma le formazioni di estrema sinistra, ad esempio, furono acerrime nemiche di Kemal e dei suoi eredi, ed anche queste sono ben rappresentate in piazza.

Nelle città scosse dal movimento di ribellione al clericalismo di Erdogan sono, infatti, rappresentate molte frange della politica e della società turca che non sono tutte sono riconducibili a quel movimento di inizio secolo. Di sicuro non lo sono i marxisti e gli ultrà del calcio, che, come in Egitto, si sono dimostrati i più attrezzati per la guerriglia urbana ma sono solo marginalmente politicizzati. I “Giovani Turchi”, invece erano estremamente politicizzati e non furono mai un movimento spontaneo, nati com’erano fra le élite del paese, specie quelle militari.

La massa giovanile odierna è estremamente eterogenea: stanno lottando fianco a fianco ultranazionalisti, questi sì riconducili in parte ai “GT”, e indipendentisti curdi, gente che in altre occasioni si scannerebbe, ma che vuole potersi “scannare” secondo regole diverse, magari più laiche e democratiche, di quanto accaduto finora: è una rivolta di sistema e quando il nuovo sistema sarà in atto le fazioni si divideranno di nuovo, ma all’interno di una Turchia condivisa.

Non tutti i giovani turchi, quindi, sono “Giovani Turchi” e sarebbe quindi estremamente riduttivo e fuorviante ridurli ad una etichetta di comodo, che potrebbe gettare una luce sinistra su tutto il movimento, evocando il sangue del genocidio armeno, e permettere analisi devianti ai sostenitori di Erdogan, che nell’Occidente del Bilderberg non sono pochi e controllano parecchia stampa.

Forse una piccola somiglianza di questi ragazzi con i “Giovani Turchi” di una volta c’è, ma è limitata ai primi tempi di quel movimento, cioè quando prese il potere affiancato da armeni e greci, che ne divennero poi le  vittime. Questa piccola somiglianza è l’unica che vada evocata, ma per esorcizzarla: ricordare perché non accada di nuovo, perché questo momento di libertà condivisa sopravviva anche quando riemergeranno i giusti distinguo fra le componenti della rivolta.

Sono giovani, sono turchi, ma non chiamateli “Giovani Turchi”. Non sembrano proprio dei ragazzi pronti al genocidio, anzi.

Ferdinando Menconi

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