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Egitto. Morsi ha le ore contate

Erano convinti di avere l’obiettivo a portata di mano, gli egiziani che stanno dimostrando contro il Presidente Mohamed Morsi, e infatti gli avevano lanciato un vero e proprio ultimatum: dimissioni entro le 17 di domani e avvio delle procedure per le elezioni anticipate.

A motivarli c’era innanzitutto l’enorme partecipazione popolare alle ultime manifestazioni di piazza, che chiunque può constatare guardando le riprese filmate. Inoltre, stando a quanto sostengono i rappresentanti della rivolta, sarebbero stati raccolti ben 22 milioni di firme, che equivalgono a oltre un quarto della cittadinanza complessiva.

Eppure, nonostante questo straordinario consenso, fino a questo pomeriggio l’epilogo sembrava ancora incerto. Morsi, il cui mandato ha avuto inizio esattamente un anno fa, il 30 giugno 2012, si è arroccato su argomentazioni prettamente giuridiche, dichiarando che «ci possono essere dimostrazioni ma non si può mettere in discussione la legittimità costituzionale di un presidente eletto». A sua volta il grande imam Ahmed el Tayyeb, che è il rettore dell’Università Islamica di al-Azhar e la massima autorità della maggioranza musulmana, ha raccomandato sia ai cittadini che alle forze dell’ordine di mantenere la calma: «È necessario far prevalere l’interesse superiore della patria ed evitare atti che possono metterlo a rischio. Lancio un appello a tutti gli egiziani di dare prova di moderazione ed evitare qualsiasi forma di violenza oggi». Un richiamo che arrivava, comunque, quando ormai il bilancio degli scontri, compresi quelli notturni durante l’assalto al quartier generale dei Fratelli Musulmani, era salito a 16 morti e quasi 800 feriti.

A chiarire la situazione, orientandola in maniera probabilmente risolutiva, è stato il messaggio diffuso oggi dall’Esercito. Pur essendo già mobilitato da una settimana, era finora mancata una presa di posizione ufficiale, il che aveva prolungato il timore di un possibile appoggio al Presidente in carica, in quanto era stato proprio lui a selezionare gli attuali vertici. Intorno alle 16, invece, è arrivato il chiarimento tanto atteso, con una netta apertura alle ragioni dei dimostranti. In una dichiarazione messa in onda dalla tv di stato, si è intimato ai partiti di accordarsi entro le prossime 48 ore affinché «le domande della popolazione siano soddisfatte», precisando che in caso contrario le Forze Armate «annunceranno una futura roadmap e provvedimenti per supervisionare la sua realizzazione».

L’eventuale passo indietro di Morsi, tuttavia, non costituirà certo una soluzione dei gravissimi problemi, economici e non solo, che gravano sull’Egitto. Secondo il professor Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso la Luiss-Guido Carli e Segretario Generale del Centro di Studi Strategici e di Politica Internazionale, alle tensioni interne vanno aggiunte, o intrecciate, le pressioni estere. Da un lato, «L’Arabia Saudita è ostile alla crescita del potere della Fratellanza Musulmana, perché rappresenta una minaccia per la dinastia degli al-Saud»; dall’altro, c’è il possibile/probabile riposizionamento degli USA: «Questa è la cosa più interessante. L’impressione rispetto a quanto sta capitando è che l’opzione del presidente Obama in favore della Fratellanza Musulmana sia in questo momento quantomeno in fase di revisione. Per ora gli Stati Uniti non intervengono in questa crisi egiziana, ma dati i rapporti che hanno con le forze armate di questo Paese, è difficile che l’atteggiamento dell’esercito egiziano venga definito in qualche modo senza che gli Usa dicano la loro».

Una prospettiva che rilancia le perplessità già emerse due anni e mezzo fa, quando le proteste di Piazza Tahrir portarono nel giro di un paio di settimane alle dimissioni di Mubarak. Gli egiziani smaniano per un futuro diverso, ma è tutto da dimostrare che saranno lasciati liberi di sceglierselo da soli.

 

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