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BALLA, ITALIETTA, AL RITMO DEL RATING

Un’altra bacchettata all’Italia, dagli “analisti” delle agenzie di rating. In questo caso si tratta di quelli di Standard & Poor’s, che hanno ridotto la categoria precedente, BBB+, portandola a BBB. Ovvero, a un passo dalla fascia in cui l’acquisto è considerato un azzardo: se compri (se ti ostini a comprare) lo fai a tuo rischio e pericolo, visto che non si può essere certi che verranno rimborsati. Non proprio, non ancora, quelli che in termini mediatici vengono chiamati titoli-spazzatura, ma comunque oltre il confine della piena sicurezza.

In aggiunta, e manco a dirlo, per S&P continuano a essere fosche le previsioni relative al nostro futuro. Male l’economia produttiva, male il debito pubblico, incerto persino il raggiungimento degli obiettivi di bilancio prefissati. A fine 2013 la recessione dovrebbe arrivare all’1,9 per cento, riflettendosi negativamente anche sul rapporto debito/pil che è stimato al 129 per cento. Quanto al disavanzo dell’anno in corso, secondo S&P ci sono ulteriori motivi di preoccupazione a causa «della sospensione dell’Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell’Iva».

Il governo ha replicato in maniera diversificata. Probabilmente per caso, vista la tempistica, ma forse no: sdoppiare le reazioni è sempre utile ad alimentare la pantomima della dignità nazionale, sottomessa di fatto ma autonoma in teoria. Il primo a commentare è stato il presidente del Consiglio, che nel corso della puntata di ieri sera di Ballarò si è affrettato a tirare acqua al mulino del rigore, affermando che «sbaglia chi pensa che sia tutto superato. La situazione rimane complessa. L’Italia col debito così alto rimane un sorvegliato speciale».

Il ministro dell’Economia, invece, ha atteso la mattinata di oggi ma, durante l’intervento all’assemblea dell’Abi, si è spinto assai oltre: «La decisione appare basata su un'estrapolazione meccanica di dati del passati. Il futuro è valutato sulla base di percezioni dei rischi che tengono conto degli scenari peggiori, ignorando totalmente i dati più recenti, gli effetti stimolo dei primi provedimenti adottati dal governo e le valutazioni di organismi internazionali come l'Unione europea e il Fondo monetario internazionale». Saccomanni, inoltre, si è concesso uno sprazzo polemico, ricordando che le valutazioni delle agenzie di rating «possono avere effetti prociclici e destabilizzanti».

Bella scoperta. Che tutto questo sia un meccanismo autoreferenziale, che contribuisce a estendere ai titoli di Stato la volatilità delle quotazioni di Borsa, è arcinoto. Così come lo è che in troppi casi le valutazioni si siano dimostrate erronee. Due dati di fatto che dovrebbero essere più che sufficienti a creare, come si è ventilato più volte, un’agenzia europea autonoma.

Al momento, invece, siamo ancora fermi alla teoria o giù di là. La Ue ha emanato le nuove norme, entrate in vigore il 20 giugno scorso, ma gli effetti sono più o meno dilazionati negli anni successivi. Per l’agenzia “made in Europe”, in particolare, bisognerà aspettare che preliminarmente, entro il 31 dicembre 2016, la Commissione presenti una relazione sull’opportunità e la possibilità pratica di istituirne una. Nel frattempo, però, ha iniziato a operare una struttura che fa capo alla cinese Dagong Global e che ha sede a Milano: secondo logica, non solo per fare concorrenza alle “Big Three”, ma per supportare le future acquisizioni/razzie sia delle aziende europee in difficoltà, sia delle partecipazioni pubbliche da sacrificare, vedi l’Italia, in nome della riduzione del debito nazionale.    

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