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Bruce Lee, il nemico degli schemi

Il giorno esatto sarà sabato prossimo, il 20 di luglio. Quarant’anni precisi da quando Bruce Lee morì a Hong Kong ad appena 32 anni, in circostanze che non sono mai state chiarite del tutto e che hanno alimentato un’infinità di dubbi, di ipotesi, di sospetti.

Lui si era guadagnato una fama planetaria da star dei film di arti marziali, ma la sua non era solo una finzione scenica: la sua abilità (la sua maestria) erano reali. Al punto che, rielaborando la tradizione del Kung Fu, creò un proprio stile. Una propria visione incentrata sull’efficacia delle tecniche ai fini del combattimento.

Rai 4 lo ricorda, a partire da stasera e fino a venerdì, con quattro serate quasi consecutive, ad eccezione di quella di giovedì, e repliche in momenti diversi del fine settimana. Oggi, in particolare, dopo il suo primo exploit cinematografico, “Dalla Cina con furore”, verrà presentato in prima tv assoluta il documentario Bruce Lee – Il viaggio di un guerriero”, in cui si ricostruisce anche il suo percorso interiore.

Noi, a nostra volta, gli dedichiamo un’ampia rievocazione pubblicando un servizio realizzato a suo tempo da Federico Zamboni. Filo rosso: guardare al di là della leggenda mediatica, con tutte quelle immagini piene di fascino ma anche enfatizzate a uso e consumo degli spettatori (e dei fan).

 

Bruce Lee, il nemico degli schemi

I poster più famosi lo mostrano da solo. A figura intera mentre sferra uno dei suoi colpi micidiali. Oppure a mezza altezza mentre guarda in avanti: con gli occhi attraversati dal bagliore, vivissimo ma imperscrutabile, di una concentrazione assoluta.

Ai fan di Bruce Lee, ovviamente, sono immagini che piacciono moltissimo. Lui vi appare esattamente come loro lo desiderano: dotato di una forza, e di un’abilità, che vanno al di là della tecnica pura e che ne fanno una creatura quasi sovrumana. Bruce Lee, per loro, è l’incarnazione delle arti marziali. Un individuo che era capace di fare cose straordinarie e che, nel farle, trovava persino il modo di concedersi, almeno di tanto in tanto, il lampo di un sorriso. Che forse era di sorpresa, al pensiero che qualcuno fosse così pazzo da volerlo affrontare. O forse di aspettativa: la piacevole, inebriante aspettativa di chi si accinge a cimentarsi in un’attività nella quale eccelle.

Per i fan – che di lui hanno visto tutti i film e letto (?) tutti i libri, ma forse con troppa euforia per riuscire anche a rifletterci sopra – la realtà personale e la finzione filmica si mischiano in modo definitivo, e irresistibile. L’uomo Bruce Lee diventa un tutt’uno con il Bruce Lee primattore. Le straordinarie imprese di quest’ultimo si riverberano automaticamente sul primo. La sovrapposizione può sembrare giustificata, considerato che ciò che si vede sullo schermo è possibile solo grazie alla maestria dell’interprete. Ma è pur sempre un errore: al di là dell’abilità nelle arti marziali, nelle quali il Bruce Lee uomo eccelleva davvero, la distanza tra le due entità rimane incolmabile. Da una parte l’eroe immaginario; dall’altra l’individuo reale.

Il primo è avvolto da un’aura di predestinazione, che in qualche modo lo mette al riparo dalle incertezze, e dalle contraddizioni, e dai rischi, dell’esistenza concreta. Il secondo non ha nessuna sicurezza su ciò che lo attende: soprattutto, non ha nessuna certezza sul fatto che ciò che gli appare vero, e importante, e proficuo, oggi, rimarrà altrettanto vero e importante e proficuo domani.

Bruce Lee – come emerge assai bene dalla bella biografia “Bruce Lee. Fighting Spirit” di Chris Thomas, che apparve originariamente nel 1994 e che è stata pubblicata in Italia da Castelvecchi soltanto dieci anni dopo (col pessimo titolo “Vera vita di Bruce Lee”, ma con le ottime note del curatore Manfredi Maria Giffone) – non riteneva affatto di aver completato il proprio percorso di crescita interiore. Non pensava a sé stesso come a un maestro, specialmente se si intende il termine nel significato supremo e irreversibile del buddismo zen, ma come a una persona che aveva compreso alcune cose, riguardo alle arti marziali, e che le poteva indicare a chi aveva voglia di ascoltarlo. Anche se poi, naturalmente, cercava in tutti i modi di dissuadere i suoi stessi allievi dal prenderlo alla lettera e rinchiudersi da soli, così facendo, in qualche altro tipo di gabbia. Come si leggeva in un’iscrizione all’interno della scuola di Kung Fu di Bruce, «Non devi rifiutare l’approccio classico come una semplice reazione, o avrai creato un altro schema nel quale ti troverai intrappolato».

Purtroppo, invece, la sua morte così prematura, e inspiegabile, ha risucchiato tutta la sua vita in una dimensione leggendaria. E quindi astratta. E quindi falsa. Al posto del vero Bruce Lee, che a poco meno di 33 anni era ancora in cerca della propria realizzazione individuale (anche perché, ormai, si stava rendendo conto sempre di più che il successo cinematografico non aveva nulla a che vedere con la sfera interiore), è spuntato fuori un Bruce Lee posticcio. Che potrà anche servire magnificamente come testimonial di se stesso – o meglio: degli innumerevoli prodotti e sottoprodotti che lo riguardano più o meno direttamente – ma che ha poco, o pochissimo, a che vedere con i suoi aspetti migliori, e più sostanziali.

Insomma: quello che i fan ammirano, con una devozione che spesso e volentieri sconfina nella stupidità più onnivora (il poster “in edizione limitata” di Enter the Dragon – SoundtrackType, tanto per dirne una, viene venduto su Internet a 48 dollari e 77) è solo una delle tante star dell’immaginario collettivo. Una “star” su cui lo stesso Bruce non avrebbe perso neppure un momento: se non per chiedersi come mai fosse arrivata a ottenere un seguito tanto vasto e persistente. 

 

Così, finalmente, è ora di spostare lo sguardo su un’altra immagine. Che proviene dai fotogrammi di quel “Game of Death” (“Il gioco della morte”) che, se mai fosse stato portato a termine, sarebbe stato di certo il film più ambizioso – e probabilmente il più significativo – tra quelli interpretati da lui.

Nell’immagine si vede un negro altissimo, il campione di basket Kareem Abdul-Jabbar, largamente superiore ai due metri. L’uomo è in una posizione da pugile mancino, con il pugno destro in avanti e il sinistro a coprire il mento. Le gambe sono aperte a compasso, ma l’angolo è limitato. Il corpo si erge in quasi tutta la sua altezza. E il corpo è completamente nudo, ad eccezione di un paio di calzoncini corti bianchi, contro i quali il nero della pelle crea un contrasto fortissimo, quasi eccessivo.

Di fronte a lui c’è una figura molto più piccola. Con addosso una tuta gialla aderente. A prima vista, se non si sapesse come stanno le cose, potrebbe sembrare un bambino che, chissà come, si è trovato costretto a fronteggiare un adulto. E che, chissà come, possiede la volontà e le capacità necessarie a combattere sul serio. A tentare di vincere.

Il corpo appoggia solo sul piede destro. Il busto è piegato all’indietro, fino a trovarsi parallelo al suolo Le braccia aiutano il movimento, e si contraggono per mantenere l’equilibrio. L’altra gamba, la sinistra, è lanciata verso l’alto in tutta la sua lunghezza. L’impressione è strana. Sembra che l’uomo stia effettuando una spaccata laterale. E invece, naturalmente, si tratta di un calcio. Un calcio che è già penetrato nella guardia dell’avversario e lo raggiunge al viso. Senza che l’altro riesca a fare nulla per evitarlo.

È una lezione esemplare. L’equivalente visivo di un ottimo aforisma. E la lezione dice questo: nel combattimento le dimensioni fisiche non sono l’elemento decisivo; l’elemento decisivo è la capacità di adattarsi completamente alle circostanze, lasciando fluire le proprie capacità con la stessa naturalezza con cui l’acqua si adatta a qualsiasi recipiente. Mutando la propria forma, certo, ma rimanendo perfettamente identica a sé stessa.

Tutto questo, per Bruce Lee, fu un’autentica ragione di vita. Alle sue spalle c’erano gli insegnamenti tradizionali, con le diverse scuole di arti marziali che si chiudevano orgogliosamente nel proprio isolamento: ciascuna convinta di essere la depositaria delle tecniche migliori. E non solo: a differenza dei giapponesi, che si erano aperti abbastanza rapidamente all’idea di ammettere l’insegnamento anche agli occidentali, i cinesi non ne volevano sapere. Il Kung Fu, secondo loro, doveva rimanere un patrimonio riservato e inaccessibile. Nella migliore delle ipotesi, i “non cinesi” erano ritenuti incapaci di comprenderlo a fondo. Nella peggiore, erano considerati dei nemici potenziali, cui non si dovevano trasmettere delle conoscenze tanto preziose.

Bruce Lee rifiutò entrambi i pregiudizi: sia l’idea che un unico stile fosse migliore di tutti gli altri, sia il divieto di insegnare il Kung Fu a chi non era cinese. Alla fine, benché la celebrità gli sia stata assicurata dai film, la sua vera grandezza sta proprio in questo. Innanzitutto, nell’essersi rifiutato di credere che la via verso la verità fosse soltanto una e che, lungo un percorso così sfuggente, si potessero incamminare soltanto i cinesi. E poi, naturalmente, nell’aver dedicato tutta la propria vita a confermare la validità – e la sincerità – di queste sue convinzioni.

Come diceva egli stesso: «Recitare è il mio lavoro. Ma il Kung Fu è il mio amore».

Federico Zamboni

 

La strana fine di Bruce, la strana fine di Brandon

La morte di Bruce Lee, avvenuta a Hong Kong il 20 luglio 1973, rimane avvolta nel più fitto mistero. Benché le circostanze siano perfettamente note – quella sera Bruce si trovava a casa della sua amica (e forse amante) Betty Ting Pei, quando all’improvviso cadde svenuto, senza più riprendersi neanche dopo il ricovero in ospedale e il successivo massaggio cardiaco – la mancanza di una causa fisiologica precisa e indiscutibile ha suscitato fin dall’inizio un’infinità di congetture.

Quelle più accreditate rientrano in una relativa normalità, e attribuiscono il decesso a una specie di shock anafilattico: secondo alcuni la sostanza responsabile sarebbe la cannabis, di cui Bruce avrebbe cominciato a fare uso per fronteggiare l’enorme stress che gli stava causando l’attività cinematografica; secondo altri, invece, la colpa andrebbe attribuita a una banalissima pasticca di Equagesic. L’autopsia, effettuata nel settembre successivo, rivelò che effettivamente Bruce aveva assunto entrambe le sostanze, ma non riuscì a stabilire con altrettanta sicurezza che la morte derivasse da una reazione allergica.

Questa mancanza di certezze ebbe l’effetto di un detonatore. Da un lato, i suoi innumerevoli ammiratori trovavano molto difficile da accettare l’idea che un uomo così allenato, e così attento alla propria efficienza psicofisica, fosse morto senza un motivo evidente. Dall’altro, era noto che Bruce era entrato in forte attrito sia con il mondo del Kung Fu tradizionale, che non gli aveva mai perdonato né la sua “anarchia” stilistica né la decisione di insegnare la disciplina agli occidentali, sia con la potentissima famiglia Shaw, di cui aveva messo in discussione lo strapotere sul cinema “made in Hong Kong”.

Le voci su un possibile complotto, dietro la morte di Bruce Lee, cominciarono allora e non si sono mai spente del tutto. Non solo si parlò di avvelenamento ma addirittura, facendo riferimento a tecniche ultrasegrete e avvolte nella leggenda, di colpi mortali a effetto ritardato, che avrebbero “squilibrato” l’energia interna di Bruce e, con l’andare del tempo, ne avrebbero determinato la morte.

Si tratta di ipotesi tanto suggestive quanto impossibili da dimostrare. Specialmente a distanza di così tanto tempo. Ma a rilanciarle, nel modo più drammatico, è sopravvenuta nel 1993 la morte – in circostanze non meno oscure – del primo figlio di Bruce, l’allora 28enne Brandon Lee. Durante le ultime fasi di lavorazione del film “Il corvo”, che in seguito sarebbe diventato uno straordinario successo, Brandon girò una scena in cui gli venivano sparati alcuni colpi di pistola. Le pallottole, ovviamente, avrebbero dovuto essere a salve. Eppure, chissà come, una di esse non lo era. E per Brandon non ci fu scampo.

Dal 20 luglio 1973 erano passati poco meno di venti anni. Brandon era l’unico figlio maschio di Bruce Lee. La loro discendenza si esauriva così.  

(fz)

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