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Lezioncine Pd-Cgil: nessuna pietà per chi evade

Una frase buttata lì – e come vedremo il vero difetto sta in questo, anziché nell’affermazione in sé stessa – e si è scatenato un vespaio. La frase, pronunciata durante un convegno di Confcommercio, è del Pd Stefano Fassina, viceministro dell’Economia: «esiste un'evasione di sopravvivenza». Il vespaio si è scatenato all’interno del suo stesso partito, sempre timorosissimo di non mostrarsi inflessibile riguardo al “risanamento” dei conti pubblici, e a dare manforte ai sacerdoti/sagrestani del rigore tributario si è prontamente aggiunta Susanna Camusso. «Questa battuta – ha tuonato la Segretaria Cgil – non si può definire solo una battuta infelice, ma è un drammatico errore politico».

Viceversa, ma in modo altrettanto superficiale e propagandistico, PdL e Lega hanno accolto gongolando l’imprevista sortita. Brunetta, ad esempio, si è prodotto in questa mini concione da talkshow: «Con Fassina ho vaste ragioni di dissenso, e ci ho polemizzato poco fa sull’Imu. Ma talvolta si lascia trascinare dall’istinto di verità e stupisce piacevolmente. Quando sostiene che questa spaventosa pressione fiscale induce gli onesti a evadere per sopravvivere, mi pare di sentire quel Berlusconi che i compagni del suo partito azzannavano come complice degli evasori. Benvenuto nel Popolo della libertà. Ora mi auguro che Fassina perseveri». La logica è rozza, il parallelo arbitrario, l’ironia un esercizio di pura routine (in pratica il kit completo del politicante a caccia di visibilità mediatica), ma il giochino funziona. Non che ci voglia molto, visto che il giornalismo standard si accontenta di trascrivere, e amplificare, i botta e risposta tra i soliti noti.

Così, benché la frase incauta fosse stata subito seguita da una cauta precisazione («Senza voler strizzare l'occhio a nessuno e senza ambiguità nel contrastare l'evasione, ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno»), la discussione è subito partita per la tangente, trasformandosi in una pretestuosa diatriba sull’atteggiamento da tenere nei confronti di chi non paga all’erario tutto quel che gli competerebbe. Come se il punto, a partire dal dato oggettivo dell’altissima pressione fiscale, fosse quello di concedere o non concedere delle attenuanti a 360 gradi, finendo col mettere sul medesimo piano sia il poveraccio che davvero non avrebbe di che sbarcare il lunario se si attenesse strettamente alle leggi, sia coloro i quali sono semplicemente infastiditi da un prelievo tanto elevato e perciò, facendone un alibi indiscriminato, dichiarano e versano importi risibili. Vedi il classico caso dei gioiellieri, per citarne uno solo: 17.300 euro di reddito medio nel 2011. Reddito imponibile, si capisce. Reddito al lordo delle imposte.

Ma non era questo, ciò che Fassina intendeva. Sia pure in maniera occasionale ed eccessivamente sommaria, come abbiamo già sottolineato in apertura, il problema che egli segnala è fondatissimo. Nel momento in cui la pretesa tributaria divenga obiettivamente insostenibile, rispetto alle effettive condizioni personali e famigliari del contribuente, essa andrebbe riconsiderata all’origine, fino a modificare le norme da applicare a chiunque si trovi in circostanze analoghe. Oppure, se non altro, dovrebbe far sì che si cancellino o si riducano al minimo le sanzioni e gli interessi a carico del singolo inadempiente.

L’atteggiamento odierno, che si limita a fissare il gettito complessivo e a stabilire degli obblighi inderogabili a carico dei cittadini, va in direzione opposta. Infischiandosene, tra l’altro, delle ulteriori e innegabili difficoltà/impossibilità dovute alla crisi, dal lavoro che non si trova al credito bancario che non si ottiene. È lo Stato esattore, anziché lo Stato governatore. È lo Stato che quando si tratta di prendere si comporta con la spietatezza dei privati che pensano solo a sé stessi, mentre quando si tratta di dare, adempiendo ai propri compiti sostanziali, si rifugia nel lassismo e nell’impunità dei peggiori burocrati.

L’unico ripensamento degno di tal nome, quindi, dovrebbe essere di carattere generale. Il che, naturalmente, lo pone fuori dalla portata sia dello stesso Fassina sia di coloro i quali, nel solito gioco delle parti della nostra falsa democrazia, lo hanno attaccato o difeso. Per poter riconoscere che «esiste un'evasione di sopravvivenza» bisognerebbe avere a cuore le sorti dei propri connazionali. E non solo per augurarsi che reggano il più a lungo possibile nella duplice veste di consumatori e di contribuenti.

Federico Zamboni

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