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"Figli di..."

C’era una volta, tanti e tanti anni fa (nel 1981), in un Paese tanto, tanto lontano (l’Italia), un Re (la banca d’Italia) che voleva spadroneggiare con spavalderia, in lungo e in largo, nelle terre del suo dominio. Ma il Re aveva un Ministro buono (lo Stato, il Tesoro) che aveva su di lui una qualche influenza (nel decidere gli interessi con cui si faceva prestare il denaro) e che riusciva a convincerlo spesso ad aiutarlo quando i suoi debiti diventavano insostenibili. Ma poi il Ministro buono morì, e il Re poté tornare a essere un tiranno.

Sembra così assurdo il paragone tra i giorni d’oggi e l’Italia di trent’anni or sono che a parlarne sembra quasi di raccontare una favola, una visione onirica.

E’ un dato di fatto: quando nel 1981 la Banca d’Italia smise – ex lege Andreatta – di rifinanziare il debito pubblico nazionale (da essa stressa generato) acquistando i titoli di Stato non collocati, il debito nazionale finì nelle fauci degli squali dei mercati internazionali. Le conseguenze di questa scellerata prassi possono, a seconda delle complesse dinamiche della finanza, tardare o meno, ma non possono che essere nefaste. Ecco perché quello di ieri di Repubblica  e del Financial Times sull’ennesimo “scandalo derivati” (e sulle perdite miliardarie che graverebbero sul Tesoro in virtù di contratti “derivati” di tipologia “interest rate swap” sottoscritti alla fine degli anni Novanta con banche private per rientrare nei “parametri di ingresso” dell’Euro), tutto è fuorché uno scoop.

Non è uno scoop né la notizia in sé né tantomeno la sua tempistica:  già all’inizio del 2012 il governo italiano, per estinguere parzialmente questa esposizione debitoria derivante dai suddetti derivati, pagò senza batter ciglio (in un momento in cui gli italiani subivano una pressione fiscale senza precedenti) a una banca d’affari privata, la “sciocchezza” di tre miliardi di euro.

All’epoca al governo c’era Mario Monti. Vicepresidente della banca d’affari in questione, la Morgan Stanley, era Giovanni Monti. Già, “figlio di”.

Fabrizio Fiorini

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