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Occupare, Resistere, Produrre! Il motto della nuova Argentina

Ocupar, Resistir, Producir! È lo slogan diffuso a partire dagli anni 2000-2001 e ancora oggi utilizzato per definire le scelte politico-sociali messe in atto dalle maestranze argentine che hanno deciso di autogestire le fabbriche in cui svolgevano la loro attività per affrontare la crisi economico-finanziaria del loro Paese e non perdere il lavoro, dopo che gli stessi imprenditori avevano abbandonato quelle stesse aziende al loro destino. Le difficoltà economiche sono state anche il frutto delle ricette neoliberiste avviate già all’epoca della dittatura (1976-1983) e accentuate durante la presidenza di Carlos Saúl Menem e dalla sua nomenclatura durante tutti gli anni Novanta.

Le aziende occupate e autogestite dai lavoratori a partire da più di un decennio sono ormai una realtà consolidata in tutto il Paese sudamericano. Non vi è settore che queste aziende non riescono a coprire con i loro lavoratori e le attività richieste.

Sono le cosiddette ERT, acronimo con cui si definiscono le Empresas Recuperadas por sus Trabajadores, ovvero quelle fabbriche che abbandonate nel 2001 dagli imprenditori sull’onda della crisi economica sono state prese dalle maestranze per autogestirle e mantenerle in funzione per produrre il necessario oppure riconvertirle, ma allo stesso tempo continuare a mantenere il lavoro dividendo equamente gli utili. Una forma di gestione dell’impresa in atto solo in Argentina, mentre nel Venezuela prima di Hugo Chávez e adesso di Nicolás Maduro il controllo resta in mano allo Stato e le fabbriche vengono cogestite e gli utili ripartiti tra le diverse categorie che sono parte in causa nelle attività dell’azienda. Le imprese recuperate sono organizzate invece secondo il principio della proprietà cooperativa, dell’equa ripartizione degli utili e della democrazia partecipativa. Il tasso di sopravvivenza delle fabbriche occupate e gestite dalle maestranze argentine è molto elevato e pari a quasi il 90% o più, se si includono quelle che hanno trovato altre forme di sopravvivenza rispetto all’autogestione.

Ma partiamo dall’inizio e torniamo ai giorni della crisi che imperversava in Argentina per colpa di governi e politici corrotti e inetti. Tutto ebbe origine la notte del 19 dicembre 2001 prima nella capitale Buenos Aires e poi rapidamente a macchia d’olio in tutte le città dell’Argentina. Il popolo aveva raggiunto il limite massimo della sopportazione, privo come era di un un’organizzazione politica di riferimento e di un vero leader in grado di rappresentare le sue necessità primarie, scese in strada a protestare con uno slogan breve ma incisivo !Que se vayan todos (Che se ne vadano tutti!). Tutti, proprio tutti, perché nessuno fino ad allora aveva voluto cambiare la situazione del Paese fatta di sacrifici soltanto per i più deboli e i meno agiati e perché i governi dell’epoca non avevano voluto dare risposte alla nazione ricca di risorse naturali ma ridotta ormai sull’orlo del baratro, della bancarotta e della povertà endemica. I politici soprattutto, arroccati al potere, insieme al presidente Menem che da dieci anni controllava la Casa Rosada, insieme al suo ministro dell’Economia Domingo Cavallo, erano riusciti a svendere l’Argentina, pezzo per pezzo al peggiore offerente, inaugurando l’illusorio piano di convertibilità monetaria – un peso/un dollaro – e anche a proteggere gli interessi economici dell’elite che insieme a loro lucrava sulla svendita e le regalie della sovranità economica e nazionale alle multinazionali e ai grandi potentati economici al servizio esclusivo delle loro tasche piene di dollari. Ferrovie, società petrolifere, poste, trasporto aereo, energia elettrica, telecomunicazioni, nulla venne evitato, i settori strategici dello Stato furono praticamente i primi ad essere svenduti a prezzi stracciati, in un contesto di corruzione dilagante e quindi a scapito della nazione argentina.

 

La situazione di crisi era stata innescata dalle politiche mercatiste di Menem al soldo dei grandi organismi dell’usura internazionale: Banca Mondiale e Fondo Monetario, che come al solito avevano prestato danaro all’Argentina per indebitarla e gettarla praticamente sul lastrico, come sta avvenendo anche adesso con la Grecia e il Portogallo, insieme ad altri Paesi dell’Eurozona. Il tutto a danno dei popoli che subiscono le politiche iperliberist e da macelleria sociale in tutti i settori fondamentali per la loro vita, dall’istruzione alla salute fino al lavoro, che è sempre più una chimera difficile da raggiungere e ottenere se non sottopagato e per un breve periodo.

E così nel giro di pochi anni il popolo argentino si trovò davanti una disoccupazione in aumento, un’inflazione galoppante, un’indigenza molto diffusa, un indebitamento delle famiglie, con le fabbriche che chiudevano per andare a produrre altrove o smettere definitivamente di esistere: una panoramica che sembra ricalcare quella attualmente in atto in Grecia e in altri Stati membri dell’Eurozona alle prese con un debito pubblico e un deficit di bilancio enorme, ma ancor più gravate dai prestiti ad usura della troika internazionale (Commissione Ue, Bce e Fmi) che stanno portando le economie in recessione. Nel frattempo le banche prestavano i soldi dei propri risparmiatori per finanziare affari rischiosissimi, per questo decisero che ogni correntista non poteva prelevare più di 250 pesos alla settimana. Alla fine gli argentini esausti assaltarono i bancomat, i supermercati e si scontrarono con la polizia provocando una guerriglia urbana per difendere i loro diritti contro le banche profittatrici e un sistema politico marcio fino al midollo che provocò il decesso di più di 30 persone durante i moti di piazza dell’epoca. Le riforme attuate fino ad allora dal governo argentino rappresentarono una iattura per il Paese poiché concessero spazio alla flessibilità lavorativa annullando qualsiasi certezza di un impiego duraturo e ben pagato. A questo si unirono la liberalizzazione di mercati di beni e denaro, provocando così danni a non finire per il popolo argentino e portando il paese sull’orlo del baratro economico, con tassi di disoccupazione che superarono il 20% della popolazione attiva. Durante i periodi più difficili della crisi del 2001, gli argentini non si arresero, trovando nuove strade per affrontare adeguatamente i danni delle ricette da macelleria sociale imposte dai governi dell’epoca per ordine delle istituzioni dell’usura internazionale. Dall’esperimento delle fabbriche recuperate, alle assemblee di quartiere, ritrovano spazi di solidarietà anche ricorrendo al baratto e aiutando i loro compatrioti più in difficoltà da ogni punto di vista.

Nel 2001 non tutti ebbero il coraggio di scommettere sull’esperimento delle fabbriche recuperate. All’epoca furono in molti a sostenere che l’esperimento avrebbe avuto vita breve. Ma non fu così. Il coraggio delle maestranze, la loro forza nell’affrontare i pericoli di sgombero e gli attacchi delle forze dell’ordine su commissione del governo e degli imprenditori che pur avendo abbandonato le imprese una volta riportate a produrre regolarmente e con maggior impegno volevano tornare al comando per mettere le mani su quello che i lavoratori avevano costruito scommettendo su loro stessi.

 

A oltre dieci anni dalla grande crisi del Paese latino-americano, che spinse molti lavoratori a prendere in mano la gestione delle fabbriche che i loro padroni avevano abbandonato spesso sommersi da debiti, l’autogestione in Argentina si rivela un fenomeno stabile, anzi in deciso aumento.

Già nel 2010, uno studio condotto dal programma Facoltà Aperta di Lettere e Filosofia e Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires (UBA) ci ha fornito una panoramica sulla situazione delle imprese recuperate cercando di chiarire la portata del fenomeno, delinearne il numero, le dimensioni e le caratteristiche. All’epoca l’indagine aveva contato ben 205 ERT che impiegavano 9.362 lavoratori. Mentre nel 2005 erano soltanto 86 e nel 2007 solo 133.

Negli ultimi anni e in particolare con la pubblicazione del documento del Ministero del Lavoro, dell’Impiego e della Sicurezza sociale argentino GUIA – Empresas Recuperadas y Autogestionadas por sus trabajadores 2012 il numero delle imprese autogestite è aumentato ancora fino a raggiungere quota 323 con circa 10.000 lavoratori coinvolti nel progetto in molti settori dell’industria, a dimostrazione del successo raggiunto con l’esperimento iniziato nel lontano 2001. E poi portato avanti dal governo di allora quando, a partire dal 2003, si ebbe l’avvento al potere di due peronisti di sinistra, l’allora presidente Néstor Kirchner e sua moglie Cristina Fernandez de Kirchner, attuale capo di Stato dell’Argentina dopo la morte del marito avvenuta un paio di anni fa. E proprio con il governo di Néstor Kirchner è stato implementato un piano di ripresa in antitesi alle ricette turboliberiste che ancora oggi il FMI propone come soluzione alla crisi di alcuni Stati europei. Tale cambio, continuato dalla consorte Cristina, costituisce una scelta in controtendenza verso un modello economico non ortodosso e di stampo keynesiano, intrapresa anche da Paesi come Brasile, Venezuela, Ecuador e Bolivia.

Una svolta generale che segna un punto di discontinuità con il modello passato, trasformando la bancarotta argentina del 2001 in uno spartiacque per il bene della comunità nazionale. Non vi è settore infatti che non sia stato toccato da questa esperienza dalle costruzioni all’istruzione, dal settore alberghiero all’industria alimentare fino a quella della ceramica, dal teatro alla produzione di carne compresa la lavorazione di materiali diversi come il legno, le calzature, la gomma, il cuoio, la carta per stampare, il vetro, e ancora l’industria della grafica e della metallurgia. E poi l’industria navale, quella della chimica, del tessile, della comunicazione e dei computer, della produzione agricola e della fornitura di servizi pubblici, del riciclaccio dei rifiuti solidi, della sanità, della tintoria e della gastronomia, fino ai trasporti ai servizi informatici, non dimenticando perfino i servizi tecnologici per lo sviluppo della tecnologia industriale nei settori della meccanica e dell’elettronica.

In realtà, queste esperienze – alcune delle quali iniziate già prima della crisi – non solo sono sopravvissute ma si sono estese ed evolute a forme di autogestione partecipata, e sempre più spesso varcano i confini del lavoro in fabbrica.

Una speranza che in Argentina è diventata realtà, affinché anche l’Europa si emancipi dalle politiche mercatiste delle grandi istituzioni dell’usura internazionale e avvii una nuova stagione di partecipazione e autogestione nelle fabbriche abbandonate dagli imprenditori, che infischiandosene del futuro delle maestranze, hanno preferito lasciare i lavoratori al loro destino.

Un destino che poteva sembrare denso di nubi ma che invece si è rivelato fulgido e pieno di speranze per il futuro.

Andrea Perrone

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