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Ancora una bracciata di articoli?

In un commento a un pezzo di ieri, in cui segnalavamo alcune notizie di carattere economico dei giorni passati che a nostro avviso non erano state sufficientemente veicolate dai media mainstream, un nostro lettore storico ci ha scritto che "A onor del vero e per fortuna questi dati (cioè quelli che abbiamo dato nel testo, qui, NdR) hanno già cominciato a circolare" (linkando un articolo apparso sul Blog di Beppe Grillo).

Ha ragione: è vero, qualcosa circola. Il fatto è che spesso circola "controinformazione" un po' "abborracciata". 

Uno dei problemi più grandi, a nostro avviso, risiede nel fatto che spesso i siti e i giornali on-line non istituzionali e a non grande diffusione sono curati da persone che pur armate delle migliori intenzioni non hanno però le capacità specifiche che il mestiere del giornalista richiede (e al di là, beninteso, dell'iscrizione all'Albo, che oggi, come per la laurea, non si nega praticamente più a nessuno...).

Il punto è che nel momento in cui anche chi vuole informare su notizie e temi tenuti nascosti dagli altri media, oppure manipolati, lo fa in modo poco professionale, o meglio, poco efficace quando non proprio sbagliato, invece di aggiungere conoscenza si contribuisce a rendere le acque ancora più torbide. Ed è facile immaginare quale sia l'effetto finale.

È un tema sul quale dibattiamo spesso, in redazione. Vuoi per le numerosissime (e il più delle volte inadeguate) proposte di collaborazione che ci arrivano e che per ovvi motivi decidiamo di non accogliere, vuoi per le centinaia di fonti che sondiamo ogni giorno, da quelle più dotate dal punto di vista economico, cioè con redazioni vere e proprie, a quelle curate da tantissime persone che svolgono questo lavoro in modo amatoriale. Ottimi esempi ce ne sono, sia chiaro, ma a grosse spanne, in percentuale, non si arriva all'1% del totale. Ecco, trovare quell'1% è praticamente una impresa. Quotidiana.

Un giornale istituzionale, mainstream, diciamo, non ha di questi problemi: è abbonato a una manciata di agenzie di stampa nazionali ed estere (anch'esse "istituzionali") e per il 90% de lavoro di desk quotidiano si tratta, per loro, semplicemente di riscrivere e mettere in pagina ciò che proviene dalle agenzie. Non devono neanche verificare le fonti, visto che sono "di provenienza certa". Prendono i lanci di agenzia, li rigirano, li ampliano un tot, ci mettono un paio di foto e un paio di link ad altri contenuti interni e il gioco è fatto. Ma l'agenda setting, in quel caso, rimane tutta confinata nello stesso circuito "di massa". Due o tre agenzie internazionali che decidono cosa veicolare o meno, e come, e il classico carrozzone interno dei nostri media sostenuti da denaro pubblico, grosse imprese e lobby di inossidabile presenza governativa e, ovviamente, interessi politici. Anche qui, ci sono alcuni casi a parte. Veramente a parte. Ma, ancora una volta, si tratta della estrema minoranza. Per tutti gli altri vige la regola dell'allineati e coperti su quello che (gli) è utile veicolare. Per il resto, recarsi altrove.

Anche qui, ovviamente, consultiamo le agenzie di stampa nazionali e soprattutto internazionali. Ma uno dei lavori più onerosi di tutte le nostre giornate, è proprio quello di selezionare, verificare e scegliere ciò che merita ed è utile ai nostri lettori nel mare magnum dell'Information Overload in cui viviamo, e soprattutto andare a cercare tra le fonti altre, quindi depurare da tutto il resto e proporre sul vostro giornale solo ciò che merita attenzione. Andiamo insomma a scandagliare quell'altrove. Che è sterminato e pieno zeppo di insidie, oltre che estremamente faticoso da dragare.

La selezione

A questo punto, dopo già diversi anni di attività, procediamo più per sottrazione e selezione che per la scoperta di nuove fonti da tenere d'occhio. E si tratta, ribadiamo, di alcune centinaia di voci: siano essi giornali italiani o esteri, on line e off line, oppure mensili, trimestrali o libri. Per non parlare dei blog, italiani ed esteri, e anche di singole voci che comunicano con vari altri metodi (radio, internet, articoli…).

Un lavoro improbo insomma, ma necessario. E, speriamo, con effetti evidenti e utili a tutti.

Ora, tornando al commento che abbiamo citato e all'esempio odierno (che prendiamo solo come spunto per questo ragionamento più ampio) certamente Grillo, sul suo blog, solleva spesso questioni di un certo rilievo. E frequentemente anche avvicinandosi al reale punto della faccenda. Ma - sempre sul suo blog - non riesce quasi mai ad affrontare i vari temi con la profondità che assolutamente meritano e necessitano per essere compresi sul serio. I suoi lettori, pertanto, "credono" di essere informati, "credono" di sapere, mentre invece continuano a rimanere all'oscuro dei reali punti cardine dei vari temi. "Per questo si deve cercare altrove, il blog di Grillo non nasce per pubblicare saggi", è l'obiezione più frequente. Vero. Ma allora dove? Dove vanno gli attivisti del MoVimento 5 Stelle - per rimanere a questo esempio, ma il discorso vale per quasi tutte le realtà - per saperne di più? Sempre che, beninteso, in essi vi sia la presa di coscienza di dover andare a cercare altrove per saperne di più (e non è affatto la norma). Ebbene questi (e altri) vanno, appunto, "altrove". In quella massa indistinta di articoli, post, commenti, forum che è veramente disumano pensare di poter leggere per intero e nel loro complesso. Figuriamoci capire sul serio i temi che pretendono di affrontare e quelli che realmente sono in grado di farlo correttamente.

Non solo: esiste il problema "tempo" e "attenzione". Quanti articoli, parliamo di articoli veri, di contenuto e spiegazione, non di aggiornamenti "al ritmo del web", si riescono a leggere al giorno?

Al di là degli impegni quotidiani di ogni potenziale lettore, al di là della sua dimestichezza con la lettura e con la capacità di comprensione di uno scritto (attitudini bassissime, in Italia, come rilevano i dati) e soprattutto al di là della sua consapevolezza stessa della necessità di dedicarsi alla propria formazione, è in ogni caso una domanda centrale cercare di immaginare quanti possano essere il numero dei contenuti che si è in grado di metabolizzare.

L'informazione, e purtroppo anche la conoscenza, che sono cose molto differenti, continuano in modo imperterrito a essere approcciate attraverso la televisione. E ultimamente, con tempi di connessione maggiore, anche su internet. In modo marginale con altri mezzi. I saggi specifici sui vari argomenti, cioè lo strumento principe per poter colmare le proprie lacune, vengono praticamente letti solo nei circuiti scientifici e da chi è veramente conscio della necessità di saperne di più su un dato argomento. Qui al Ribelle, per intenderci, ordiniamo non meno di 40 nuovi volumi ogni mese che poi ci passiamo di mano.

Dunque, facendo esclusione degli addetti ai lavori e degli studiosi, che invece passano intere giornate a leggere, prendere appunti, riflettere e in qualche caso scrivere (o almeno così dovrebbe essere) tutti gli altri quanto tempo possono dedicare a informazione e formazione?

E sia chiaro, anche i dati del web sono impietosi, tanto per rimettere a posto tutti quanti credono (e professano) che oggi ormai l'informazione c'è ed è fruita da tutti: i quotidiani sono solo una piccola parte del consumo totale di internet, rappresentando solo il 7% delle visite, solo l'1,3% del tempo speso, e solo lo 0,9% del totale delle pagine viste. 

Inutile insistere.

Ma ancora, tornando al punto della selezione: quanto di questo tempo è "ben speso"? Ovvero passato sul serio su testi e supporti efficaci agli obiettivi? Non è difficile immaginare, anche solo osservando (e ascoltando…) alcune persone che ognuno di noi ha attorno, e tra queste anche quelle che all'interno delle loro giornate spendono diverse ore tra news e "informazione", che il più viene speso tra un telegiornale e un paio di articoli su internet o forse poco più. Ci sono quelli che ossessivamente, magari anche sul posto di lavoro, controllano a più riprese le homepage dei più diffusi quotidiani nazionali, e dai loro dati di permanenza e attività sul sito scopriamo che rimangono in loco il tempo necessario per leggere i primi tre o quattro titoli, magari qualche sommarietto e quasi mai il contenuto del pezzo: le medie di permanenza si aggirano sui 45 secondi (e su 1.1 pagine viste, cioè l'homepage e in pochissimi casi poco più, magari una galleria di foto…). Figuriamoci gli articoli di approfondimento, con taglio più saggistico e profondo, che pure sono presenti su internet, qui o là. E ovviamente taciamo su quanti, un numero in crescita impressionante, davvero si fanno divorare le proprie giornate, la propria attenzione e le proprie cellule cerebrali passando da un forum a facebook, da un tweet a un sms per ricominciare il giro fino a che gli occhi non reggono più.

Lo scriviamo in un altro modo, citando Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce. Ho letto Guerra e pace. Parla di guerra».

Sia chiaro, almeno su queste pagine si ha la sensazione che stiamo parlando di alieni, o quanto meno di alienati. È chiaro che il nostro lettore di riferimento si informa e forma in modo differente, ma la domanda, di carattere generale, è doveroso che ogni professionista di questo campo se la ponga. Perché per avere efficacia è essenziale che informazione e formazione siano diffuse, e sarebbe dunque ininfluente riferirsi unicamente a chi è già informato e formato. È agli altri (a tutti gli altri?) che si deve tendere.

Il punto è che si legge sempre meno ciò che realmente vale la lettura. Si è bombardati di notizie senza capirne la reale portata e ciò che esse significano e, ancora peggio, si "pensa" di essere informati e formati su alcuni argomenti semplicemente perché qualcuno ce ne segnala un paio di frasi in un "like" di facebook copiate da una moltitudine di siti internet dei quali spesso non si riesce a percepire la reale correttezza, professionalità e dunque attendibilità.

Ora, rincorrere lettori quando questi sono in via di estinzione è uno sforzo inutile. Figuriamoci tentare di convincere dell'importanza d'informarsi e formarsi tutti quelli che reputano tali cose non necessarie. Per non parlare di quelli che si credono informati e formati perché hanno letto mezze frasi qui o là. Il tutto condito, anzi letteralmente sommerso dalla mole impossibile da quantificare di spazzatura sparsa ovunque, dallo sport al gossip a tutti gli altri ambiti che, pur con relativi interessi di settore, nulla hanno a che fare con i temi dirimenti per capire il mondo nel quale si vive, cosa succede e perché, e perché è importante saperlo. Insomma, sembra che lo sforzo equivalga a innaffiare l'asfalto.

Dunque che fare? La domanda resta aperta.

Ogni tanto, qui, iniziamo a pensare che sia quasi persino superfluo insistere nella moltiplicazione di articoli da pubblicare. C'è forse necessità - altra domanda da un milione di dollari che ci interroga nelle nostre riunioni di redazione - di trovare un mezzo di comunicazione ed espressione diverso? Non scritto, più emotivo, più diretto, forse anche più semplice da fruire? Sarebbe forse più efficace dell'ennesimo articolo?

Voi cosa ne pensate?

Valerio Lo Monaco

 

 

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