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I Ribelli potenziali: ecco il punto

Detto con la massima chiarezza: il motivo per cui ci stiamo interrogando sulla linea editoriale del Ribelle – anche se in realtà non abbiamo mai smesso di farlo, ivi inclusi dei ricorrenti confronti in forma pubblica o semi pubblica – è che finora la diffusione del nostro lavoro è rimasta assai modesta. Un limite, semmai ci fosse bisogno di dirlo esplicitamente, che non è solo o innanzitutto economico (mica siamo Urbano Cairo…) ma che pone di per sé il problema del senso, della funzione, delle finalità, di quello che stiamo facendo da cinque anni in qua.

Il rischio, infatti, è finire con l’adagiarsi in una situazione più o meno statica, in cui ci si compiace della qualità di ciò che viene pubblicato, e del modo in cui ne ragioniamo insieme, dando per scontato che il degrado generale non permetta di meglio. In pratica, una specie di club assai ristretto nel quale fa sicuramente piacere ritrovarsi, ma che non si cura affatto, o quasi affatto, di acquisire nuovi “soci”.

Secondo me/noi, è un atteggiamento sbagliato. Sia pure nella consapevolezza che ottenere un vasto seguito, oggi, è pressoché impossibile, la domanda che bisogna porsi è precisa: esistono oppure no, da qualche parte, delle persone che potrebbero essere interessate al nostro progetto, una volta che avessero avuto l’opportunità di conoscerlo e valutarlo? La questione, perciò, non verte sul passaggio a contenuti diversi, specie per quanto riguarda gli articoli di maggiore approfondimento, ma sul come si possa catturare l’attenzione di chi non si è mai affacciato sul sito oppure, quando lo ha fatto, si è limitato a un’occhiata veloce. E quindi, giocoforza, anche superficiale.

L’unica maniera di superare questa impasse (o almeno di tentare di riuscirci) consiste nel moltiplicare e consolidare i fattori di richiamo. Sperando che, a forza di leggere/ascoltare/vedere contributi interessanti offerti in forma gratuita, venga voglia di accedere anche a quelli in abbonamento. A proposito: come avrete notato, ho usato la sequenza “leggere/ascoltare/vedere”, che rispecchia la modalità finora prevalente all’interno del sito, ma in effetti essa andrebbe invertita, allo scopo di risultare più attraenti per i visitatori occasionali, in “vedere/ ascoltare/leggere”.

Ciò che va ribadito, tuttavia, è che queste considerazioni non implicano nessun abbassamento degli standard attuali – per cui gli editoriali e affini continueranno a essere elaborati come al solito, senza indulgere ad alcuna semplificazione o ammiccamento – bensì l’aggiunta di altre forme di comunicazione. Le quali, a parità di chiavi di lettura e di distanza dalla cialtroneria dei media mainstream, siano però più alla portata di chi non abbia già raggiunto dei livelli avanzati.

L’idea, quindi, è di muoversi simultaneamente su svariati piani, non certo per snaturare il Ribelle e ridurlo a una pallida imitazione di sé stesso, ma per espanderne il raggio d’azione e gli stili di intervento. Per fare un esempio concreto, e personale, è un po’ quello che ho fatto negli incontri di Taggia organizzati da Davide Gaglione e dal suo Laboratorio Cittadino: non è che lì ci fosse nulla di sostanzialmente diverso da ciò che scrivo negli articoli per il Quotidiano o per il mensile, ma di sicuro c’era un modo differente di esprimerlo. Meno rigoroso, forse, ma più accessibile. Meno simile a un monologo, anche nelle parti in cui pure lo era, e più prossimo a un dialogo con degli sconosciuti, dove non bisogna mai dimenticare che gli interlocutori, con ogni probabilità, partono da posizioni alquanto distanti.

Sia che si tratti di brevi telegiornali, o di editoriali video, o di trasmissioni radio, il filo conduttore sarà quindi lo stesso: una maggiore immediatezza, ma solo in prima battuta. Non stiamo rinunciando a sparare a zero sul sistema e sull’ottusità dilagante. Non stiamo strizzando l’occhio a degli sciocchi da abbindolare. Stiamo solo facilitando il compito a chi è capitato da queste parti, chissà come, e potrebbe scoprire che vale la pena di non andarsene via nel giro di uno, cinque o dieci minuti.   

Federico Zamboni

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