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Slot-machine e affini: tu “giochi”, loro lucrano

Qui pro quo al Senato, nella giornata di ieri, e l’assemblea approva una mozione presentata dalla Lega Nord con cui si impegna il Governo a fissare una moratoria di dodici mesi nel campo del gioco d’azzardo, bloccando gli effetti delle concessioni già rilasciate ed escludendo che ne vengano aggiunte altre.

Giusto il tempo di rendersi contro dell’inciampo, sgraditissimo tanto all’esecutivo di marca Pd-PdL quanto alla potente lobby che gestisce il settore, e parte la controffensiva per neutralizzare la svista: il Ministero dell’economia, con in testa il sottosegretario Giorgetti che annuncia addirittura di volersi dimettere, si inalbera prospettando un crollo delle entrate pari a sei miliardi e liquidando la moratoria come totalmente inapplicabile. Essa, infatti, costituirebbe «un atto illegittimo determinando: 1) un contenzioso con i circa 200 operatori italiani ed esteri che hanno ottenuto la concessione; 2) la riapertura del contenzioso comunitario, dopo due procedure di infrazione chiuse nel 2010 a seguito della regolamentazione del mercato; 3) lo spostamento in massa di giocatori verso il mercato illegale; 4) la perdita della possibilità di contrastare, con strumenti mirati, il gioco problematico e patologico e l'accesso dei minori al gioco».

Voilà. Il business privato si incrocia al business pubblico, dando luogo a un mostro bicefalo. Un mostro che si atteggia a entità benefica, in nome della legalizzazione di un’attività assai remunerativa e, perciò, assai appetita dalla grande e piccola criminalità, ma che di fatto spiana la strada al dilagare del gioco d’azzardo, creando i presupposti di quella nuova e gravissima piaga sociale che è la dipendenza maniacale dal gioco e che va sotto il nome di ludopatia.

Un enorme bottino che le due teste (le due fauci) sono lì a spartirsi. Di qua i gestori privati, che appunto in quanto imprenditori “legali” sono liberi di darsi da fare per moltiplicare la clientela e lucrare ancora di più. Di là lo Stato – o piuttosto le oligarchie che lo hanno invaso e asservito – che dopo aver dilapidato enormi quantità di denaro, ed essersi indebitato di conseguenza, dà per scontato che l’introito di ulteriore gettito vada giustificato sempre e comunque, a prescindere dalla fonte da cui proviene.

L’assunto, come confermano le succitate considerazioni/lamentazioni del Ministero, è che nell’ambito del gioco d’azzardo la “domanda” sia elevata di per sé e che, pertanto, non dipenda dal massiccio diffondersi di nuove e seducenti opportunità, dalle slot-machine alle scommesse e ai casinò on line. I cittadini, in altre parole, giocherebbero in ogni caso, ma con l’aggravante di rivolgersi a operatori clandestini e delinquenziali, a tutto danno sia delle aziende autorizzate, e dei relativi lavoratori, sia dell’Erario.

Massimo Passamonti, presidente di Confindustria Sistema Gioco, lo rivendica a gran voce. Ieri, dopo il voto al Senato, ha orgogliosamente (o spocchiosamente) definito gli operatori del comparto «un presidio di legalità», mentre in un’intervista del luglio scorso menava gran vanto del fatto che «abbiamo fatto emergere un sistema fino ad allora clandestino garantendo incassi legali e autorizzati», puntualizzando subito dopo che «il gioco per gli italiani dovrebbe essere solo un momento ludico».

Ma è proprio questa, la grande mistificazione. Per lavarsi la coscienza si fa appello a ciò che dovrebbe accadere, ma che poi non accade, e si pretende di cavarsela a suon di postille in coda agli spot, analogamente a quanto avviene coi prodotti farmaceutici: una o due frasette di rito, pronunciate in tutta fretta e percepite, ovviamente, alla stregua di una dicitura tanto obbligatoria quanto irrilevante. Mentre il messaggio promozionale, e decisivo, viene ammannito in maniera fascinosa, la raccomandazione “etica” si presenta in modo meccanico e per nulla coinvolgente. Il primo parla all’emotività, che corre sul filo dell’inconscio ed è la dimensione tipica del linguaggio pubblicitario; la seconda al raziocinio, che va in direzione opposta e che di regola è di gran lunga meno efficace. A maggior ragione, poi, quando i destinatari siano gli individui meno forti e consapevoli, già in preda al vizio di turno o predisposti a rimanerne vittime.

Un classico approccio liberista, e dunque economicistico. Con la scusa di rendere omaggio alla libertà personale, nel presupposto che ciascun maggiorenne sia in grado di decidere consapevolmente cosa fare e non fare, si abbandona chiunque, e ancora prima che compia i diciotto anni, a ogni sorta di lusinghe e di tentazioni. Tutti ugualmente esposti al rischio di passare dal gioco occasionale a quello compulsivo, ma non ugualmente capaci di difendersi.

E mentre sul fumo si è scatenata una crociata persino parossistica, sul gioco d’azzardo si fa finta di nulla. Evidentemente, i “tumori” psichici che colpiscono i ludopatici e ne prosciugano il reddito, mandando in malora intere famiglie, non sono considerati altrettanto interessanti.

Federico Zamboni

 

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