Ottima scelta

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Nessuna resa, mai

A suo tempo lo disse benissimo Tolkien, con una frase che aveva la forza di un aforisma e che è diventata, giustamente, assai nota. Replicando a chi lo accusava di essersi rifugiato nel mondo delle fiabe, con la pur splendida saga ambientata nell’immaginaria Terra di mezzo, l’autore del Signore degli Anelli chiarì il concetto alla perfezione: «Poiché siamo costretti tra le sbarre di una prigione la nostra non è la disdicevole fuga del disertore di fronte al nemico, ma la legittima evasione del prigioniero».

Con tutte le differenze del caso, è la stessa contrapposizione che si staglia sullo sfondo di quello che ha scritto Valerio Lo Monaco un paio di settimane fa, in una lunga e coinvolgente riflessione intitolata Quella serenità di 30 anni fa, alla quale va stretto il termine di “articolo”. E con la quale, ancora più di quanto accade di solito a chi si pone al di fuori del conformismo imperante e dei suoi innumerevoli luoghi comuni, si è preso il rischio di essere equivocato. Cosa che poi, a giudicare da più di qualche commento, è puntualmente successa: incapaci di comprendere a fondo la natura del discorso, che andava molto al di là della critica ai vizi del modello liberista e si estendeva/innalzava a una dimensione esistenziale, i savonarola di turno, o di passaggio, hanno perso la bussola. Vittime delle proprie impressioni negative, si sono inalberati di slancio. E a vanvera.

In estrema sintesi, e sorvolando sui toni insultanti che non meritano risposta (semmai un paio di ceffoni, a trovarcisi di persona), l’allucinazione è questa: si scambia il sacrosanto rifiuto di qualsiasi obiettivo, e ambizione, e lusinga, di benessere economico, per una vigliacca rinuncia alla lotta contro le terribili iniquità della società contemporanea. La definitiva presa di distanza dal classico schema lavora-consuma-crepa, che era già sbagliato di suo ma che nel frattempo è addirittura diventato di impervia realizzazione, viene scioccamente e colpevolmente confusa con l’accettazione rassegnata, e quindi passiva, dello stato di cose che ha fatto seguito alla crisi iniziata nel 2007-08.

Nulla di più assurdo, per quanto ci riguarda. Sia sul piano individuale che come redazione del Ribelle, la nostra ostilità nei confronti dell’establishment occidentale è quella di sempre. E non potrebbe essere altrimenti, visto che a determinarla non sono soltanto le crescenti disuguaglianze di reddito tra i cittadini, e le sofferenze imposte a molti milioni di esseri umani causa dall’asservimento di intere nazioni alle brame di profitto e di potere delle oligarchie che dominano sia gli USA che la UE. Al cuore di quella avversione, che è allo stesso tempo istintiva e ragionatissima, c’è il disconoscimento del cardine stesso su cui si impernia il tutto: la concezione del cosiddetto “homo oeconomicus”, che in realtà andrebbe letto, e riscritto, come “automa oeconomicus”.

A partire da questa distanza abissale, che esclude ogni riavvicinamento o compromesso, le reazioni pratiche possono essere le più diverse, ma devono comunque tenere ben presenti le rispettive opportunità di riuscita. Come ha rimarcato giusto ieri Lo Monaco, rispondendo a un lettore/censore capitato qui chissà da dove, e quanto mai disinvolto nel liquidarci alla stregua di schiavi e collaborazionisti (sic), bisogna fare «attenzione alle parole, in modo particolare a quella che è presente nella nostra testata. Questo non è il tempo delle Rivoluzioni, ma della Ribellione, che è cosa diversa. Se hai a cuore il tuo futuro allora ribellati, ma con la sedizione, il sabotaggio, semmai, non nello sperare in una rivoluzione per la quale non ci sono armigeri contro un esercito che ha impiegato secoli per arrivare alla forza attuale».

Una sottolineatura che si amalgama a quanto scritto in chiusura dell’articolo del 17 settembre. E allora quelle conclusioni proviamo a riformularle in maniera meno suggestiva e più analitica, sperando (ma non troppo) di evitare ulteriori fraintendimenti: il primo passo è prendere atto che la crisi in corso sta dimostrando, ancora più di prima, che le promesse di un continuo e generalizzato accrescimento dei redditi e dei consumi sono totalmente infondate; il secondo è trasformare questo crollo delle “certezze” precedenti nell’occasione per ricostruire da zero, laddove non lo si sia già fatto in passato, la propria idea di esistenza, all’insegna di un affrancamento il più ampio possibile da qualunque mira, o miraggio, di ricchezza materiale; il terzo, infine, è provare a ritagliarsi, sia pure all’interno di un contesto che ci è non soltanto estraneo ma nemico, dei percorsi di vita nei quali realizzare le nostre migliori potenzialità. Individuali e relazionali.

La precarizzazione che ci circonda, e che ci avvolge, e che tende a ingabbiarci in una prigionia assillante e senza scampo, rimane una responsabilità imperdonabile di chi l’ha innescata e persino voluta; tuttavia, paradossalmente, può generare un impulso risolutivo ad aprire gli occhi: il venire meno delle esche appetitose cui ci avevano abituato permette ai pesci che non siano completamente ottusi di vedere con maggiore facilità che quelle tentazioni nascondono un amo. O una rete.

Chi è intelligente si tiene alla larga e guizza via.

Chi è intelligente sa che fine fanno, o prima o dopo, i pesci d’allevamento.   

Federico Zamboni

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