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Ritorno alla terra? (Un tentativo di risposta)

Pur mettendoci tutta la buona volontà, è per me abbastanza arduo rispondere al signor Lorenzi; per farlo seriamente, ci vorrebbero sociologi e filosofi, storici ed economisti. La carne da lui messa al fuoco è tanta e richiederebbe padronanze più che specifiche. Posso, però, riprendere postazione a quel tavolaccio rude, lo stesso intorno al quale siedono certi amici di affinità elettiva, e provare a rispondere ricorrendo più che al sapere dei dotti (a quanto pare, la mia memoria dev’essere assenteista o, peggio, ultraselettiva e non permette tale erudizione) a una conoscenza tutta intuitiva.

Personalmente, non credo al mito bello e dannato del ritorno alle origini; per dirla con Nietzsche, «ai greci non si ritorna» perché la storia non si ripete. Trovo vano e anche un po’ vanesio – dettato cioè dalle mode circostanti – un “ritorno alla natura” tout court quasi a volere fare tabula rasa dell’attualità; l’uomo moderno, esattamente come quello antico, non soltanto può, ma altresì deve, vivere il proprio tempo storico, vale a dire il suo presente, senza ripetere meccanicamente ciò che è stato, sentendo anche la necessità di dargli una forma personale e, se è possibile, originale. Questa, a mio avviso, è l’eterna sfida, la partita che si gioca qui e ora.

Fanno male la pervasione della tecnica, il dominio dell’economia e quello della scienza, che si sbarazza della persona per trasformarlo in un mezzo organico su cui sperimentare senza fine. D’altro canto è pur vero che siamo noi, scambiando la parte per il tutto, a prestarci a nostra volta ai vari riduzionismi; siamo noi a lasciarci pervadere dalla triade, la quale, giusto o sbagliato che sia, svolge la sua funzione: il progresso per il progresso, la crescita per la crescita.

Sono tante le cause che ci hanno condotti fin qui, ma a mio avviso la più devastante riguarda – oltre all’abbandono della terra, delle tradizioni, del bello e del bene – l’effettiva perdita dell’uomo. La crisi di oggi, prima ancora di essere economica, ambientale e sociale, è profondamente umana e visceralmente individuale; infatti, ciò che si ha modo di riscontrare, quotidianamente e ovunque, è un endemico sottosviluppo della personalità fin quasi alla sua totale paralisi. 

Se così stanno le cose, il dramma contemporaneo risiede nell’inquietante e innaturale somiglianza tra un uomo e l’altro, tanto che è sempre più raro incontrare chi si faccia ricordare per qualche una sua specifica peculiarità, per suo un modo di ragionare inedito o comunque personale, per una sua indole spiccata, buona o cattiva che sia. Avviene più facilmente l’esatto contrario: il più delle volte, ci si imbatte in qualcuno che richiama alla mente altri cento come lui, i quali vivono come lui e, soprattutto, pensano come lui.

Quello che accade su un piano privato, allora, non è altro che la pena, gravissima, della mancata realizzazione del proprio sé, di pari passo con l’impietoso fallimento di un’intera vita nonostante gli eventuali successi e guadagni. 

Su un piano più esteso come quello metastorico, ciò significa che la nostra società così com’è attualmente – abitata da una schiera di donne e uomini ormai piuttosto assoggettati, informi e amorfi – difficilmente riuscirà a dare un’impronta irripetibile al presente. Passerà senza schierarsi mai davvero e senza lasciare traccia alcuna. Una generazione astorica, questa.

Nel precedente articolo, l’invito non era un ottimistico semplice ritorno alla natura per la natura. Mi parrebbe un’ipocrisia, nonché un’inutile fatica, andare a vivere in campagna e campare biologicamente, mantenendo però comunque quella condotta esistenziale indifferente e indifferenziata, che potrebbe darsi anche nell’ultima delle megalopoli; una condotta, mutuata ancora una volta dalla retorica equa e solidale, che apparentemente va contro la cosiddetta “civilizzazione”, ma in realtà altro non è che un suo risvolto.

Mi sembra superfluo piantare alberi, accudire animali, mangiare in modo rigorosamente sano e battersi strenuamente per la natura, per poi ignorare completamente la nostra, di natura, precipua e irriducibile; per poi mandare i nostri vecchi all’ospizio; per poi accontentarci di una persona qualsiasi al nostro fianco, pur di non restare soli.

Tutto questo allora, se ciò che si fa prescinde inesorabilmente da chi si è, diviene soltanto un modo velleitario e fine a se stesso di stare al mondo. Proprio come auspicano tecnica, scienza ed economia.

Persino nel male, manca l’uomo; lo si capisce dalla sfilza di omicidi che, giorno dopo giorno, si susseguono in Italia e sembrano dovuti a un’emulazione mediatica più che alla vendetta per una folle gelosia, al sangue che ribolle o all’inesorabilità dell’errore tanto fatale quanto umano.

L’invito di una piccola storia come quella di Cosimo è di coltivare nei figli che verranno “il pericolo che salva”, cioè la loro autenticità individuale; nelle ristrettezze e nei divieti, però, perché solo attraverso il fuoco di questi, lo sforzo di crescere diviene impellenza di «divenire ciò che si è». 

Solo così potremo ancora avere una storia che sia nostra.


Fiorenza Licitra

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