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Quell'America Latina raccontata così male

Si muove molto, in America Latina. Si muovono idee e popoli. A dispetto dello spazio che nel “mondo di sopra” media e politica danno alle trasformazioni e ai nuovi equilibri che si sono creati nell’ex cortile di casa del suo primo e più importante esponente. Meglio non dover  spiegare, a chi qui riesce a malapena a mettere insieme pranzo e cena –ché ce lo chiede l’Europa – che ci sono paesi lontani nei quali la parola “democrazia” è stata riempita, con i fatti, di diritti e possibilità, mentre dalle nostre parti significa paesi guidati da persone non elette, nominate o votate da una parte esigua della popolazione. Troppo complicato spiegare che negli ultimi dieci anni intere popolazioni, prima di fatto prive di ogni diritto, oggi partecipano attivamente alla vita politica, sociale ed economica del loro paesi. Così, quando proprio non se ne può fare a meno, quando c’è da riempire le pagine, si preferisce dipingere quei luoghi e quelle storie con tono paternalistico, se ne fa un disegno naif nel quale il rifiuto degli stessi strumenti che qui ci stanno annientando – Fmi, Banca Mondiale, multinazionali, ingerenze nordamericane – è derubricato a fenomeni simili al grillismo nostrano. O peggio, a istanze che hanno fatto presa su popoli – diversamente da noi “evoluti” europei votanti indifferentemente destre o socialdemocrazie, tutte liberal - in gran parte ignoranti e suggestionabili. 

Eh… ma lo sappiamo noi… mica è quella la strada giusta, lasciamoli giocare alla rivoluzione, ai “poveri al potere”. Noi qui sappiamo che la via giusta è fare sacrifici in nome della “stabilità”, adeguarci alla flessibilità, tifare per le spending review. 

Il Brasile? Ci hanno giocato i mondiali di calcio qualche mese fa. Per i più “impegnati” però non è solo Rio, costumi succinti e carnevale; loro leggono, si informano, sanno che Dilma Roussef  è… “controversa”: ha usato la mano pesante con i dimostranti che contestavano le cifre astronomiche spese per l’evento sportivo. Perché dove c’è un qualche giovanotto fotografabile in pose plastiche con volto coperto e molotov in mano, in certa sinistra (quella che si autodefinisce tale…) scatta il riflesso pavloviano dell’appoggio incondizionato. Mentre allo stesso tempo gli ambienti più reazionari si scoprono ribelli. Tutti insieme appassionatamente a denunciare mancanza di libertà e spregio delle regole democratiche. Poi se dietro alla protesta, esattamente come accaduto in Venezuela dalla morte di Hugo Chávez, ci sono i settori delle destre filo statunitensi che con il paravento di una presunta limitazione delle libertà cercano di rovesciare governi legittimamente eletti, pazienza: riot fa fico. 

Ma, se Dilma rischiava di essere rieletta al primo turno delle recenti presidenziali, evidentemente i brasiliani non sono poi così stufi dell’esponente del PT, partito sotto la cui guida si è registrato un impressionante miglioramento delle condizioni di vita nel paese e una crescita economica importante. 

Fa niente, meglio sprecare carta, inchiostro e spazi web per sviolinare in favore della candidata “ambientalista” Marina Silva, così verde, così “di sinistra” da essere appoggiata nientepopodimenoche da Washington e che ora, eliminata dalla corsa grazie alle insufficienti percentuali raggranellate, visto che tocca aspettare il ballottaggio che stabilirà chi sarà il nuovo presidente brasiliano, si è schierata in appoggio dell’avversario della Roussef, l’esponente della destra liberal Aécio Neves. 

Quando si dice il superamento delle barriere. Brazilian peace and love. Lo stesso genere di cartaccia, di cellulosa e virtuale, ci viene propinata in merito alla collega argentina di Dilma, la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner. Opinionisti e analisti calcano la mano sulle sue “poco ortodosse” decisioni in materia finanziaria e tifa default, tutta schierata in difesa della sentenza del giudice americano Griesa con cui il nostro ha dato ragione ai fondi avvoltoio, quelli in mano a ricchi finanzieri interessati a spolpare Buenos Aires. Che Griesa abbia giurisdizione anche in certe redazioni, oltre che, evidentemente per alcuni, in Argentina? Ancora la Casa Rosada si rifiuta di sottomettere il destino argentino a decisioni prese da giudici stranieri, e allora non resta che delineare un futuro nero per questi riottosi che si oppongono alla “naturalità” delle cose finanziarie. 

La speranza nel default per un po’ si è rivolta anche al Venezuela, recentemente sparito dalle cronache dopo settimane, qualche mese fa, di martellamento su Maduro e la sua “violenta” repressione delle proteste delle opposizioni. Nella fattispecie “studenti” armati, sostenuti dalla Casa Bianca e quindi democratici, contro il terribile regime chávista imposto… dal voto popolare. Ora che le stesse bande sono passate a metodi da latinoamerica anni ’80, con l’uccisione mirata di esponenti del partito di governo, il Psuv, come il deputato Robert Serra, il silenzio regna assoluto. Tranne in Spagna però, sempre, per ovvie ragioni, un po’ più attenta a quel che succede dall’altra parte dell’oceano. Un’attenzione della quale si potrebbe però fare a meno, dato che ABC ha visto bene di attribuire il recentissimo0 assassinio di Serra (e di sua moglie) a presunte faide interne al mondo chavista. 

In questo panorama mediatico restiamo in attesa di qualche segno di vita riguardo alle elezioni boliviane di domenica che vedranno con certezza la rielezione del presidente Evo Morales, dato dai sondaggi vincente già al primo turno e con un consenso popolare stabile da tempo se non in crescita. Ma la Bolivia è così piccola… potremmo sorvolare. Salvo magari qualche pezzullo di colore sull’indio arrivato al potere, con quei pittoreschi vestiti tradizionali che fanno tanto Inti Illimani. 

Simpatico quasi quanto il presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, fichissimo perché ha liberalizzato la marijuana. Da queste parti, nel nord del mondo, l’America Latina non è niente più di questo… Ah… segnalazione: se nel Messico centrista e filo-Usa di Enrique Peña Nieto scompaiono una quarantina di ragazzi colpevoli di avere protestato contro il governo, uccisi e gettati in fosse comuni da polizia locale e gang criminali, la notizia merita appena qualche riga. Lo sdegno e i papiri si risparmiano per governi molto meno amici…

Alessia Lai

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