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La priorità del momento

Gli unici che formulano proposte precise per porre rimedio al disastro di civiltà, prima ancora che economico, in cui ci troviamo, sono quelli che articolano il loro programma su tre punti: recupero della piena sovranità nazionale, uscendo da quella sciagura che è l’attuale UE; recupero della sovranità monetaria, uscendo dall’euro; adozione di una politica economica sostanzialmente neokeynesiana, per riprendere la marcia dello sviluppo e riequilibrare la distribuzione del reddito.

Il programma è chiaro e lodevole negli intenti ma il guaio è che non può funzionare.

Il recupero della sovranità nazionale è forse una condizione necessaria, vista la realtà di questa UE, ma non è assolutamente sufficiente. Massimo Fini sintetizza bene il concetto quando ripete: se deve governarmi Schifano, preferisco la Merkel.

La questione monetaria viene enfatizzata fin troppo. Il ritorno alla lira avrebbe come unico effetto positivo il ricorso frequente alla svalutazione competitiva, che come politica economica non è un modello di sana gestione. Le svalutazioni competitive non ci misero al riparo dai disastri né dagli attacchi alla lira. Diciamocelo chiaramente: l’Italia è in bancarotta dal 1992, ben prima del’adozione dell’euro. Siamo in bancarotta da quando Amato, agendo di notte come un ladro, ordinò il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari perché all’indomani lo Stato non avrebbe avuto i soldi per pagare pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici. Siamo in regime di bancarotta da 22 anni. Non possiamo dichiararlo ufficialmente perché i creditori non ce lo consentono. Tutti i balzelli, le IMU, le Tares, le TASI e quant’altro, hanno la stessa funzione di quel prelievo sui CC: tirare avanti qualche mese, nascondere quella bancarotta che ci affliggeva già con la liretta. La moneta non è il fattore decisivo. Decisiva è la scelta fra una produzione rivolta a privilegiare i beni comuni e una rivolta alle merci funzionali al consumo individuale; decisivi sono i criteri di distribuzione del reddito nazionale. Queste sono scelte politiche. La moneta è importante ma non è la panacea.

Quanto alle strategie economiche keynesiane, è bene ricordare che furono proposte e adottate per uscire da un’altra crisi ciclica disastrosa. Avevano questo fine, correggere le storture del sistema per salvare il sistema stesso, non per affossarlo. Il riformismo keynesiano è l’estremo tentativo di salvare il capitalismo.  Non ci riuscì. Il capitalismo fu salvato dalla guerra. Vero è che il periodo della ricostruzione, il meraviglioso trentennio glorioso successivo al secondo conflitto mondiale, fu improntato nella sostanza a criteri keynesiani, praticati sia dalle socialdemocrazie, dai laburismi e dai partiti cattolico-democratici europei, sia da alcuni presidenti americani. Quello fu il periodo in cui i lavoratori salariati dell’Occidente hanno goduto del più alto livello di vita in tutta la storia moderna.

Purtroppo quelle conquiste furono il frutto di condizioni irripetibili: il fervore della ricostruzione postbellica; il basso costo delle materie prime; l’assenza di una coscienza ecologica; un debito pubblico sotto controllo perché l’incremento del PIL superava i tassi di interesse passivi; l’alta percentuale di giovani nel complesso della popolazione; la competizione col blocco sovietico, che obbligava capitalisti e governi a concessioni generose verso il lavoro salariato, per vincere la forza di attrazione di un sistema, quello sovietico, che vantava piena occupazione e servizi sociali semi-gratuiti per i lavoratori.

Nessuna di quelle condizioni è presente oggi, né lo sarà in un futuro prevedibile. Le politiche keynesiane sono oggi impraticabili. Il relativo benessere diffuso, dagli anni ’50 agli ’80 del secolo scorso, è una parentesi eccezionale e non ripetibile nella storia della modernità capitalista. Del resto già allora il consumo di massa era consentito dalla pratica di appianare i debiti con altri debiti, in una spirale di insensatezza di cui prima o poi si doveva pagare il conto.  

La sovranità nazionale e monetaria, nonché il neokeynesismo, sono contestabili per il loro riformismo illusorio e sostanzialmente riconducibile a un disegno di conservazione del sistema tornando ad anni irrimediabilmente sepolti nel passato. Del resto quell’epoca idealizzata è stata sì l’età dell’abbondanza delle merci disponibili per tutti, ma è stata anche l’epoca della decadenza progressiva dei costumi, della nevrosi di massa per i ritmi frenetici di una civiltà folle, dell’infelicità generalizzata, denunciata dalla massiccia produzione artistica, letteraria, saggistica, di chi aveva la sensibilità e l’acutezza di sguardo capaci di cogliere le linee di tendenza e le realtà profonde dietro l’apparenza. Non è il caso di rimpiangere quel passato.

Si uscirebbe veramente dalle attuali strettoie adottando parametri nuovi, non rifacendosi a modelli che hanno rappresentato il precedente immediato di questa crisi.

Uno di questi modelli alternativi sarebbe riorientare l’economia verso l’ autoproduzione e l’autoconsumo, dove vigesse la regola del lavorare tutti, lavorare poco, guadagnare poco. Sarebbe una decrescita tutt’altro che felice. Sarebbe un impoverimento generale al quale ben pochi si adatterebbero per libera scelta.

Un altro modello sarebbe quello che, non ripudiando la tecnologia moderna ma anzi riconoscendo che moltiplica la produttività del lavoro, accettasse che solo una minoranza della popolazione in età produttiva lavorasse, producendo il necessario per tutti appunto grazie all’elevata produttività, mentre agli altri verrebbe corrisposto un reddito di cittadinanza. Avremmo così una minoranza di lavoratori altamente qualificati e ben remunerati e una maggioranza che vivacchierebbe col reddito di cittadinanza, una condizione che porterebbe con sé molti altri inconvenienti. 

Allora, che fare?

La verità è che nessuno è in grado di delineare chiaramente il tipo di società che sortirà dall’attuale disastro. Le follie della finanza, i disastri ambientali e demografici, le migrazioni incontrollabili, il generale disorientamento di un’umanità impazzita, sono i sintomi precisi di un’apocalisse in atto.

I poteri che contano ne sono consapevoli e lavorano per l’unica soluzione che conoscono e che ha già funzionato in passato: una guerra mondiale che diminuisca drasticamente la popolazione, distrugga per consentire il grande affare della ricostruzione, azzeri i debiti pubblici annientando i creditori. Quella guerra è forse già iniziata. Si tratta di impedire che dilaghi. Ecco qual è la priorità assoluta: costruire un grande movimento internazionale contro la guerra. Non per il generico pacifismo degli arcobaleni e dei girotondi, ma per vanificare il disegno del Potere. Impedire la guerra per lasciare che la crisi faccia il suo corso, fino ad esiti che è inutile cercare di definire in un modello ideale che vivrebbe solo nelle nostre teste, inesorabilmente superato dalla forza delle cose, nell’imprevedibilità dei sistemi complessi.

Luciano Fuschini

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