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Rubygate: ecco le “motivazioni” che assolvono Silvio

Coincidenze, come no? L’assoluzione in appello di Berlusconi, che è arrivata il 18 luglio scorso e che nel giro di un anno ha completamente ribaltato la condanna di primo a grado a ben sette anni (e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici), è solo frutto del libero convincimento dei giudici e non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con il suo riposizionamento politico dall’autunno 2011 in poi.

Niente a che vedere né con le sue dimissioni da presidente del Consiglio, che permisero a Napolitano di rimpiazzarlo con Mario Monti, né con quel progressivo auto depotenziamento che ha spianato la strada al successo di Matteo Renzi, accreditando quest’ultimo come “l’unica alternativa” al tracollo nazionale e consentendogli di raccogliere molti voti anche dall’elettorato di centrodestra.

Le motivazioni della sentenza sono state depositate ieri e si apprende che, secondo i magistrati che le hanno redatte, i fatti contestati sono sostanzialmente avvenuti come già si sapeva – dalla telefonata alla Questura di Milano per far sì che Ruby fosse affidata a Nicole Minetti, ai festini di Arcore con numerose ragazze che andavano lì a compiere attività sessuali variamente assortite ma equivalenti alla prostituzione – e tuttavia non configurano alcun reato. Da un lato, non vennero esercitate intimidazioni o minacce nei confronti di Pietro Ostuni, il capo di Gabinetto della Questura milanese, che pure ha «inizialmente peccato di eccessivo ossequio e precipitazione, condizionato – se non addirittura preoccupato – dalle possibili conseguenze della ventilata parentela della giovane con Mubarak»; dall’altro, non sussiste un «adeguato supporto probatorio» riguardo al fatto che Berlusconi sapesse che all’epoca la “nipotina di Mubarak” era ancora minorenne.

Insomma: abuso sì, ma non crimine, il far pesare su un funzionario pubblico la propria autorità di capo del governo nazionale; vecchio puttaniere sì, visto che a settant’anni suonati usava donne giovani o giovanissime per soddisfare a pagamento la propria lussuria, ma a norma di legge, stante che la generalità delle servizievoli fanciulle era maggiorenne e l’unica al di sotto della fatidica soglia lo era, ohibò, a insaputa dell’anziano, ma vispo, “utilizzatore finale”.

Stando così le cose, va a finire che bisognerà scusarsi con il povero Silvio e magari anche con i suoi sostenitori/fan/leccaculo, pregandoli di voler essere magnanimi e accontentarsi, dopo il lungo penare a fronte di accuse tanto infamanti quanto infondate, della vittoria conquistata in seconda battuta. E se poi le scuse collettive non basteranno, si potrà aggiungere una targa commemorativa che ricordi a tutti, a cominciare dagli improvvidi colpevolisti, la riconquistata (se non proprio fulgida) innocenza del leader.

Dove installare la lapide? Ipotesi uno: davanti al Tribunale di Milano. Ipotesi due: davanti alla sede romana del Pd, in via del Nazareno. Dove, per pura coincidenza, è stato stretto l’omonimo patto tra (san) Silvio e (san) Matteo.

Federico Zamboni

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