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Teatro dell'Opera: la storia torbida dei licenziamenti (altro che indennità fantasiose)

Sulla vicenda del licenziamento di quasi duecento artisti del Teatro dell’Opera di Roma aleggiano più fantasmi che certezze. Ed enormi ragionevoli dubbi. Non è certo neanche il fatto stesso che riguarda il loro licenziamento, nel senso che per come è stato annunciato ci sono seri indizi di incostituzionalità che prima o poi dovranno pur essere affrontati. Nel frattempo si brancola nel buio, complice anche una ormai ampia casistica di articoli di stampa sciatta se non proprio scorretta e con il sospetto di una vera e propria azione di convincimento, per quanto attiene all’opinione pubblica, per veicolare la necessità di questi licenziamenti.

L’ultimo aggiornamento riguarda una interrogazione parlamentare di Sel nella quale, giustamente, la senatrice Alessia Petraglia chiede a Dario Franceschini, Ministro di beni e attività culturali, di «revocare il licenziamento dell’orchestra e del coro del Teatro dell’Opera». Secondo la senatrice, «l’articolo 18 non è stato ancora abolito, eppure ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco ai lavoratori in cui le responsabilità di altri, in questo caso delle cattive gestioni economiche delle diverse amministrazioni che si sono succedute alla guida della Fondazione, ricadono su 182 orchestrali».

Il punto è esattamente questo: che il buco in bilancio ci sia non è in discussione, in discussione sono semmai il motivo e le responsabilità di tale buco (oltre alla vera entità, ancora sconosciuta), ma ancora prima di accertarne natura e motivazione, si è pensato di usare la mannaia sulla parte produttiva della Fondazione, cioè su orchestra e coro, che sono il cuore del soggetto.

Gli indizi che si tratti di una operazione sconcertante ci sono tutti, e il fatto che tanti giornali allineati si siano dedicati alla causa con articoli volutamente diffamatori nei confronti degli artisti ne è una prima conferma.

I primi temi sui quali è doveroso fare chiarezza sono almeno tre, e poi c’è bisogno di interrogarsi su un macro tema di fondo attinente a tutte le realtà come il Teatro dell’Opera.

Intanto si deve andare a vedere sul serio a quanto ammonta il buco in bilancio. In secondo luogo cercare di capire quali sono le responsabilità, cioè da dove deriva sul serio questo buco. E quindi fare un po’ di chiarezza sulle vergognose imprecisioni che sono state scritte per screditare quelli che al momento sono stati ritenuti i responsabili di tutto, cioè gli artisti. Parliamo, in quest’ultimo caso, delle esilaranti commedie che sono state scritte e vendute all’opinione pubblica in merito ai sedicenti privilegi dei professori d’orchestra e degli artisti del coro (si chiamano così, i professionisti che lavorano nelle Fondazioni musicali, non “orchestrali”).

Partiamo da quest’ultimo punto, perché smontare una a una le idiozie che sono state scritte è un gioco da ragazzi. Ed è utile per evitare di credere supinamente alla vulgata che si sta cercando di far percepire come reale.

Dunque i privilegi. Quelli che hanno destato più scalpore, e hanno inviperito le penne di tanti editorialisti innescando facili battute nell’opinione pubblica sono i seguenti: indennità vestiario, indennità strumento, indennità umidità. 

Queste soprattutto hanno solleticato maggiormente le fantasie, ed è dunque operazione di norma igienica spiegarle sul serio.

L’indennità vestiario riguarda una modesta voce, in busta paga agli artisti, che è presente in tutte le orchestre del mondo. Fatto salvo nei casi in cui il vestiario viene consegnato a orchestra e coro dall’istituzione (alla Scala di Milano, ad esempio, il vestiario è una spesa in bilancio). Per tutte le altre orchestre del mondo che hanno l’obbligo - da contratto: l’obbligo - di vestire in un certo modo, sono i musicisti che devono pensare da sé a comperare l’abbigliamento. Per l’orchestra del Teatro dell’Opera si tratta di frac, gemelli, scarpe da sera e tutto ciò che concorre al “costume” di scena. Ora, per qualsiasi lavoro del mondo che comporta l’obbligo di indossare una divisa, essa viene consegnata dall’azienda. Dottori e infermieri in ospedale indossano una divisa. Operatori ecologici anche. E anche i metalmeccanici, o gli agenti di Polizia. Questa divisa viene loro consegnata. Per gli artisti del Teatro dell’Opera invece funziona con l’indennità. Ecco tutto.

L’indennità strumento, poi, è ancora più facile da spiegare. Qualsiasi lavoratore del mondo che lavora presso una azienda non è che si porta lo strumento del suo lavoro da casa, o no? Non è che chi lavora in fabbrica si porta i propri macchinari personali in azienda, oppure il medico che fa le radiografie il proprio macchinario RX, o ancora, più semplicemente, un impiegato che lavora con il computer si porta in ufficio il suo pc personale. E allora, un violino professionale costa dai 20 ai 300 mila euro. E ogni professore d’orchestra ha il suo strumento, che porta avanti e indietro da casa al lavoro. E che va mantenuto: corde, crini per l’arco, spalliere, ma anche le ance per i fiati, le scollature, le registrazioni e la sostituzione di parti soggette a usura.

Ecco la famosa indennità strumento in busta paga, che consta peraltro di pochi altri spiccioli ogni mese.

E veniamo all’indennità spettacoli all’aperto. Un violino del 700 che “lavora” una intera stagione all’aperto - ad esempio, sì, a Caracalla - necessita, alla fine delle rappresentazioni, di essere portato dal liutaio, perché le condizioni climatiche nelle quali ha operato gli sono dannose. Costo del tagliando per rimetterlo in sesto: circa 300 euro. Appare così strano, adesso, che in busta paga vi sia qualche euro ogni mese per concorrere alle spese di questa operazione che la Fondazione non copre in sé ma delega a ogni singolo artista di effettuare?

Inutile insistere, speriamo, eppure c’è chi ha detto che se il tutto è vero, è però anche vero che tali indennità siano in alcuni casi previste anche per gli amministrativi del Teatro dell’Opera. Appunto: è tema di approfondimento sul settore dirigenziale, questo, al quale, questa volta sì, si dovrebbe chiedere conto. Senonché, come abbiamo visto nei giorni scorsi, si copre di ignominia (e si licenzia) solo la parte che di queste indennità ha tutto il diritto. Non pare strano?

Ma infine i salari degli artisti. Buste paga mostruose che, comprese tutte le indennità, arrivano difficilmente a 2000 euro. Troppo alte? Ognuno può rispondere da sé: professionisti che per arrivare a fare musica al Teatro dell’Opera hanno studiato per venti o trenta anni - con studi costosissimi, peraltro - che hanno vinto concorsi internazionali per poter essere assunti e che per mantenersi ai livelli di eccellenza che un tale lavoro comporta devono continuare a studiare e a migliorarsi incessantemente. Sono troppi 2000 euro al mese per un lavoro del genere?

Si dice: lavorano non più di qualche ora al giorno. Falso: è chiaro che una rappresentazione non dura più di qualche ora, ma dovrebbe essere altresì chiaro che per arrivare a esibirsi in tale circostanza si debba studiare molte più ore, ogni giorno. Altrimenti sarebbe come pagare un chirurgo, in ospedale, solo per le ore che effettivamente passa in sala operatoria. Oppure un giornalista che si occupa di una inchiesta solo per le ore che meccanicamente richiede il digitare un articolo di due cartelle.

Ecco: un musicista al Teatro dell’Opera guadagna la cifra che abbiamo detto, e che comprende tutte le voci sulle quali si sta discettando in questi giorni. Per come sono chiamate le indennità si può pensare al ridicolo, e probabilmente la formula contrattuale di questo tipo di lavoratore è farraginosa e bizantina, come in tante altre circostanze in Italia, ma di questo stiamo parlando: salari attorno ai 2000 euro al mese. Per degli artisti d’eccellenza.

Quando ognuno di noi acquista un biglietto d’aereo si accorge che al prezzo finale concorrono varie voci altrettanto curiose, come il supplemento carburante, le tasse aeroportuali e magari i diritti di agenzia, ma alla fine ciò che conta è il prezzo finale, o no?

O anche quando si paga una qualunque bolletta: importo, tasse, spese di invio, surplus una tantum o “quota comodato d’uso apparecchiature”. Ciò che conta è sempre il totale. E il totale della busta paga di questi lavoratori è quello, indipendentemente dalle voci che lo compongono.

La musica che viene fuori da questa vicenda dovrebbe a questo punto essere molto più nitida, almeno per quanto attiene ai salari di chi è stato additato per il dissesto del Teatro dell’Opera e che è in procinto di pagare, con il licenziamento, per colpe che non sono sue.

Le responsabilità del dissesto della Fondazione sono dunque ovviamente altrove. E cercheremo nei prossimi giorni di andarle a snidare.

Valerio Lo Monaco

 

(1 - continua)

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