Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Juncker da cabaret. Ma non fa ridere

C’è da scommetterci: a Jean-Claude Juncker, che a inizio novembre prenderà il posto di Barroso alla guida della Commissione europea, sarà sembrata proprio una gran bella frase. Una di quelle che dovrebbero raccogliere un applauso a scena aperta, se pronunciate di fronte a un vasto pubblico di cittadini creduloni, o almeno degli sguardi ammirati, se proferite davanti alle platee assai più ristrette, ma assai più qualificate, delle conferenze stampa.

La UE «deve avere anche un'altra “tripla A”, quella sociale, altrettanto importante di quella economica».

Che parallelo suggestivo! Evocare le categorie tipiche, e aride, e sempre un po’ minacciose, delle agenzie di rating per lanciare invece un messaggio solidale, generoso, quasi palpitante. A monsieur Juncker, che tra le tante altre cariche ottenute è stato via via governatore della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, sarà parso di sfiorare la poesia. Le ragioni del cuore che per una volta non si contrappongono a quelle della ragione ma vi si intrecciano, in un’affascinante ghirlanda.

Affascinante sì, ma tutt’altro che giocosa. Quel nobile obiettivo non è certo lì a portata di mano, come un fiorellino già sbocciato che aspetti solo di essere colto. Mais non, mes amis. Juncker, per quanto sensibile, sa benissimo di doversi mantenere severo, e infatti non ha mancato di sottolinearlo: «Invito i colleghi che criticano l'austerità ad abbandonare l'idea che si possa crescere con deficit e debito. Non è così. Se così fosse oggi l'Europa conoscerebbe la più alta crescita al mondo, e così non è». Qualcuno non ha afferrato l’antifona? Ecco pronta la versione “for dummies”: «Si è parlato molto di patto di stabilità senza rifletterci molto. Voglio essere chiaro, le regole non si cambiano e vanno interpretate secondo quanto indicato dal Consiglio europeo a giugno. Vanno interpretate con quel margine di flessibilità consentito dal Trattato e dai testi giuridici, quindi non ci saranno svolte drastiche».

La vagheggiata “tripla A” del sociale resta dunque una meta lontanissima. Una sorta di ideale al quale tendere (anzi: al quale far credere che si tenda) proseguendo tuttavia nel segno delle politiche rigorose che stanno falcidiando allo stesso tempo i patrimoni nazionali, attraverso le privatizzazioni, i diritti e i redditi dei lavoratori, tramite la rimozione sistematica delle precedenti conquiste sindacali, e i modelli di welfare, in nome della spiacevole, ma oggettiva, carenza di fondi pubblici da destinare alla bisogna.

È l’architrave della strategia con cui si sta gestendo la crisi, ammesso e non concesso che nel medesimo disegno non rientrino anche le dinamiche che hanno determinato la debacle finanziaria del 2007-08. È l’alibi permanente dello stato di necessità, e di emergenza, che costringe le autorità politiche ed economiche a imporre le pesantissimi misure che abbiamo già visto, e che continueremo a vedere negli anni, o nei decenni, a venire.

È la “crisi-terapia” di matrice bancaria: per sperare, o illudersi, di tornare al luminoso passato del consumismo di massa, bisogna attraversare l’interminabile e oscuro tunnel delle privazioni. Buon viaggio, pecorelle europee. La tosatura proseguirà strada facendo e in un modo o nell’altro la lana accumulata sarà ancora abbondante. Magari non proprio da “tripla A”, ma buona quanto basta a soddisfare i vostri solleciti allevatori.

Federico Zamboni  

I nostri Editori

Rassegna stampa di ieri (22/10/2014)

Teatro dell'Opera: la storia torbida dei licenziamenti (altro che indennità fantasiose)