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Magic Matthew, il furbetto della Leopolda

Chiaro e tondo. E schifoso. Il Matteo Renzi che parla alla Leopolda accantonando ogni residua cautela, fino ad affermare pari pari che «il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più», è l’immagine perfetta dell’arroganza neoliberista. Che si traveste da chirurgo benefico per essere libera di amputare a piacimento.

È la versione odierna del vecchio “Ronnie” Reagan e della vecchia “Maggie” Thacher, che puntavano il dito contro i costi della Pubblica amministrazione per concludere che a essere sbagliati non sono soltanto gli sprechi, ma l’ampiezza dell’intervento pubblico in sé. Guarda caso, proprio oggi fanno cinquanta anni esatti dal celebre discorso “Un’occasione per scegliere” che lo stesso Reagan tenne il 27 ottobre 1964 per appoggiare Barry Goldwater, l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca, e guarda caso ieri il Giornale di Berlusconi lo ha ricordato con toni enfatici e con due articoli celebrativi, uno dei quali intitolato Stato, tasse, ricchi: le 7 idee di Reagan che salverebbero l’Italia di oggi.

Come sottolineò nel 1982 il giornalista del Washington Post Lou Cannon, nella biografia dedicata all’ex attore hollywoodiano ed ex governatore della California che intanto, due anni prima, si era ormai trasformato nel neo Presidente degli USA, «le parole di Reagan erano radicali, ma il suo modo di fare era rassicurante, ricco di battute». Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno?

Il marketing politico di Renzi (ovvero dei suoi consiglieri, se non proprio dei suoi ghostwriter) punta di continuo sulle frasi ad effetto, che all’apparenza possono sembrare distillati di puro buon senso ma che in effetti sono mistificazioni da rigettare in toto. L’assunto è che il presente vada accettato così com’è. E che al futuro, quindi, si debba guardare nei medesimi termini, di avallo completo e indiscriminato. Un atteggiamento succube, lo definirebbe giustamente chi sia ancora in grado di dare giudizi di merito. Un trucco, per nulla inedito, che serve a nascondere l’asservimento alle oligarchie dominanti, facendo finta che l’attuale assetto del mondo, o perlomeno di quella sua vastissima parte che è stata plasmata dall’Occidente di matrice USA, sia l’esito di un processo spontaneo. E in quanto spontaneo, libero. E in quanto libero, democratico.

Nella propaganda renziana, invece, questa sottomissione totale si ribalta in un grande atto, simulato, di combattività e di realismo. Il dinamicissimo Matteo sforna immagini seducenti a raffica, come in una riedizione “made in Wall Street” dei Baci Perugina. Ogni dolcetto, o presunto tale, una frasetta suggestiva. Tipo queste due, per rimanere sul mega auto spot messo in scena nella quinta edizione della Leopolda: «Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino».

Magic Matthew! Accucciato ai piedi della globalizzazione come un cane ben addestrato. E pronto a gettarsi alle calcagna del futuro come un segugio fedele che non vuole restare indietro di un millimetro, rispetto ai suoi padroni.

Guardatelo bene, mentre abbaia così baldanzoso e mentre scodinzola tutto contento di quello che è e di ciò che spera di ottenere. Ascoltatelo con la dovuta attenzione. E maledite tutti i giornalisti che non gli fanno notare, ad esempio, che il punto non è scegliere tra gli arcaici telefoni a gettone e i modernissimi iPhone, ma stabilire chi accidenti si vuole chiamare. E per dirgli cosa.

Federico Zamboni

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