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Dove è finito il lavoro di massa?

Riproponiamo all'attenzione di tutti un commento di un nostro lettore storico - Bruno Di Prisco - che vale quanto e più di un articolo stesso. Sicuri che possa essere, oltre che di lettura interessante, anche spunto per ulteriori approfondimenti sul tema, da parte di tutti.

red

 

Caro Lo Monaco, con questo articolo tocchi una delle questioni fondamentali del nostro tempo: il venir meno della necessità del lavoro di massa, ovvero del medium attorno al quale si era organizzata – e in parte ancora si organizza – la nostra società.

Mi si permetta una citazione da “Dialettica dell’Illuminismo” di Adorno e Horkheimer: “Da quando i mezzi di sussistenza di coloro che sono ancora necessari per la manovra delle macchine si possono ancora riprodurre con una parte minimale del tempo di lavoro che è a disposizione dei padroni della società, il residuo superfluo, e cioè l’enorme maggioranza della popolazione, è addestrata come guardia supplementare del sistema, destinata a fungere, ora e in futuro, come materiale per i suoi piani grandiosi. Sono foraggiati come armata dei disoccupati…La miseria…cresce all’infinito insieme alla capacità di sopprimere durevolmente ogni miseria. Impenetrabile ad ogni singolo è la selva di cricche ed istituzioni…che provvedono alla continuazione indefinita dello status quo. Un proletario è già agli occhi del bonzo sindacale…niente più che un esemplare in soprannumero, mentre il bonzo, da parte sua, non può fare a meno di tremare di fronte alla prospettiva della sua liquidazione”.

Queste parole, scritte negli anni Quaranta, descrivono perfettamente l’oggi, persino nell’individuazione delle particolarità umane: il bonzo sindacale non è forse uno dei personaggi principali della commedia umana odierna? A cosa si deve tanta capacità predittiva? Certamente i due autori erano persone intelligenti e acute; certamente la loro capacità di prendere in considerazione la totalità, le sue connessioni, la relazione tra particolare ed universale – eredità idealistica - consentì loro analisi ed estrapolazioni particolarmente pregnanti. Di primaria importanza, però, fu che in quel periodo essi – non per loro volontà, ma costretti ad andarvi in esilio in quanto ebrei – vissero negli Usa, paese ove il capitalismo monopolistico, la società totalmente amministrata e la società di massa erano giù sufficientemente maturi da permettere, a chi ne avesse voglia e capacità, di delinearne gli sviluppi futuri. Non a caso in Dialettica dell’Illuminismo c’è un’analisi demolitrice ancor oggi valida dell’industria culturale, né è un caso che i due autori, assieme ad altri esponenti emigrati negli Usa della Scuola di Francoforte, misero a punto in questo periodo valutazioni e ricerche che tanti anni dopo nulla hanno perso della loro significanza. Mi limito a citare Minima Moralia, Meditazioni sulla vita offesa, dello stesso Adorno, ove tanti temi della cultura critica odierna sono già svolti con grande perspicuità.

Ma torniamo a bomba, al ‘lavoro’. Nel mondo capitalistico-borghese, il lavoro è stato considerato la chiave che garantiva l’accesso alle risorse. Chi non lavora non mangia” sostiene, non a torto, la saggezza popolare. A ciò si univa – per la maggioranza della popolazione e per il mantenimento del sistema stesso – la necessità del lavoro, il che consentiva e facilitava anche il controllo sociale e il mantenimento dello status quo, in quanto chi controllava l’accesso la lavoro, controllava l’accesso alle risorse, ergo la società. Questo non creava problemi, in quanto per lungo tempo il lavoro della maggioranza è stato produttivo, cioè produceva più di quel che consumava. Ora, con l’avvento delle macchine – e ancor più con le recenti innovazioni automatizzanti, che consentono a sempre meno persone d produrre sempre di più – è necessario che sempre meno lavorino affinché la società si riproduca (o, ciò che interessa ai padroni, si riproduca lo status quo). Quindi, il lavoro – o per meglio dire, il lavoro di massa – non è più necessario, e non per la volontà maligna di qualcuno o perché il mondo è cattivo, ma ontologicamente.

Ergo, il lavoro non ha più, in primis, una funzione produttiva, ma gli è rimasta quella di controllo sociale, ovvero di attività che permette l’accesso alle risorse, controllate dai padroni. In ciò, però, sorge un contraddizione difficilmente sanabile. Ovvero, il lavoro di massa costa – stante l’attuale architettura sociale – più di quel che produce: a dirla chiara, ostacola l’accumulazione del capitale, ovvero ‘la miseria aumenta, nonostante ci siano i più ampi mezzi per sopprimerla”. Per non mandare a ramengo l’architettura sociale, cioè per non stravolgere il dominio dei padroni, si continua a legare l’accesso alle risorse al lavoro controllato, ma, ormai, la maggior parte dei lavori sono lavori inventati, lavori non necessari, degradanti non in sé, ma poiché sono, in modo trasparente, degli artifizi, fattispecie superate.

Ne segue, logicamente, che questo lavoro ‘inventato’, che nulla produce, ma che pure ci deve essere, avrà a disposizione sempre meno risorse, altrimenti il capitale non si accumula, ma, così facendo, vien meno l’altro corno del ‘lavoro’, ovvero il suo comando di controllo sociale, poiché non garantisce più la sopravvivenza della maggioranza. A questo punto, non ci sono molte opzioni. 1) o si garantisce la sopravvivenza della maggioranza e l’accesso alle risorse astraendo dal lavoro, ma così i padroni sono costretti a rinunciare a una ormai comoda e collaudata formula di controllo e riproduzione della società, il che li porta ad instaurare ‘la selva di cricche ed istituzioni’ di cui parlano Horkheimer ed Adorno, per ‘foraggiare i disoccupati” senza, però, alcuna garanzia che la situazione non possa prima o poi pericolosamente traballare, e in fondo traendone – i padroni – la conclusione che dei ‘superflui’ si può tranquillamente fare a meno ed evitare di prendersene cura; oppure 2) rendere, paradossalmente, il lavoro sempre più costrittivo e sempre meno remunerativo, integrandolo con provvidenze extra, che possono venire sia dallo stato che dalla ‘charity’ privata, conseguibili solo con la sottomissione più totale al sistema. Efficace sì, ma in contrasto con l’ideologia ‘democratica’ che è l’ideologia di legittimazione dei padroni: cosa che a lungo, ma anche non lungo, andare potrebbe provocare problemi. Ai padroni, si capisce. La Ue fa testo, in questo senso.

In realtà è l’intera civiltà borghese – uso questa definizione tradizionale per chiarità di discorso: è lecito avere più di qualche dubbio sull’esistenza ancor oggi di una borghesia propriamente detta - ad esser in crisi. Perché? Perché il ‘lavoro’ per il mondo borghese non è una cosa qualunque, ma un concetto quasi sacrale. Si pensi a quanto dice Weber ne L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo: sono il lavoro indefesso e la rinuncia continua che garantiscono l’accumulazione, segno, sul piano mondano, di quella grazia divina che garantisce la salvezza. Il lavoro è l’ascesi e la santificazione del borghese. Sotto certi spetti, chi non lavora – oltre a non mangiare – non è nemmeno del tutto umano, perché al di fuori della possibilità di salvezza. Il ’lavoro’ è ciò che permette al mondo di mantenersi, segno di benevolenza divina e manifestazione della superiorità borghese rispetto all’improduttivo aristocratico (l’accusa di improduttività è l’anatema massimo del borghese, la sua scomunica: non a caso, la sentiamo riecheggiare in tutte le salse, amplificata dai media, contro chi non si adegua). Ne segue che se si degrada il lavoro del proletario, e lo si rende inutile, diventa inutile anche il lavoro del borghese, ma soprattutto s’inabissa il ‘lavoro’ tout court. Ergo, tutta la questione del lavoro è assolutamente dirimente per la legittimità del sistema vigente, il quale non sa, e secondo me, non può uscire da questa contraddizione.

Perché? Il perché è stato detto molto tempo fa. In estrema sintesi, i mezzi di produzione sviluppati dalla borghesia hanno reso obsoleti i rapporti sociali da questi stessi mezzi generati lungo l’arco di secoli. Se non è più necessario il lavoro, e non lo è, perlomeno non lo è nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto negli ultimi due-tre secoli, non è necessaria nemmeno l’architettura sociale che sull’organizzazione di questo lavoro si erige. E mi sembra che siamo proprio a questo punto. I padroni lo sanno e se ne stanno andando a vivere nelle loro smart cities murate, serviti dalle macchine e dai robot (cfr. l’articolo di Fini sulla Scienza in questa sede), straimpippandosene del resto, e combattendo mere battaglia di retroguardia.

So che persone di grande ingegno e sensibilità sociale non vedevano l’ora che finisse questo ‘sistema’ tanto squilibrato, anche perché certi che, concluso esso, il vettore della storia avrebbe puntato, se non verso il bene, certo verso il meglio. Io, che sono in mezzo allo sfacelo, tutte queste sicurezze non ce l’ho: in primo luogo, vivere in epoche di trapasso non è piacevole, e, poi, non sono affatto sicuro si vada verso il ‘meglio’, o il meno ‘peggio’. Anzi, alcune delle più riuscite e plausibili estrapolazioni del futuro – Mondo Nuovo di Huxley, per esempio: e, a livello di letteratura popolare, anche Il Sole Nudo di Asimov, dove viene raffigurato un pianeta colonizzato dagli uomini, abitato da poche migliaia di persone che vivono ciascuna per conto suo, servite da legioni di androidi, ed incapaci di affetti e sentimenti (guarda un po’, la perfetta immagine del narcisista oggi dominante) – inducono a pensieri tutt’altro che ottimistici.

Certo, è possibile che il mio pessimismo sia frutto dell’infelice contingenza. Lo spero proprio, caro Lo Monaco. Il pensiero che chi verrà dopo di me starà peggio è veramente duro da digerire.

Saluti. 

Bruno Di Prisco

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