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Napolitano sulla “Trattativa”: il grande Boh

Tanto tuonò… che adesso ci raccontano che ieri c’è stato un sole sfolgorante. Un sole che per l’occasione, definita “storica” dall’Ansa e da altri media più o meno compiacenti, si è incarnato nella persona di Giorgio Napolitano, chiamato a deporre davanti ai giudici della II Sezione della Corte d'Assise di Palermo, nell’ambito del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”.

Vista l’eccezionalità del teste, però, l’udienza si è tenuta “a domicilio”, ovvero al Quirinale, e vista/invocata/accampata la delicatezza delle questioni da affrontare si è deciso di svolgerla a porte chiuse. Una scelta di per sé odiosa, che ha impedito a noi cittadini di seguire la deposizione in diretta, ossia nell’unico modo che ci avrebbe permesso di farcene un’idea di prima mano. E a riscattare questa scelta non può certo bastare la richiesta successivamente avanzata dalla stessa Presidenza della Repubblica, che con una breve nota diffusa a cose fatte – e dunque dopo essersi assicurati che fosse tutto filato liscio – ha auspicato «che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l'acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all'opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità».

Quest’ultimo concetto, d’altronde, era già stato sottolineato nel paragrafo precedente (in pratica due volte su due, considerato che l’unica altra frase del comunicato si limita a ricordare che «l'udienza è durata circa tre ore»), scrivendo che Napolitano «ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa».

Un’insistenza fastidiosa, per non dire sospetta. Un’insistenza compiaciuta e sorniona, per non dire subdola. La finalità è evidente, o dovrebbe esserlo: presentare la testimonianza come una benevola concessione, suggerendo così che l’intento sia quello di non nascondere nulla di nulla. E infatti, come riferisce l’Ansa in un lancio d’agenzia il cui titolo afferma risolutamente che «Napolitano risponde a tutto, mai saputo di accordi indicibili», il procuratore di Palermo Leonardo Agueci ha rimarcato che «da parte del capo dello Stato c'è stata una grande collaborazione. Ha risposto a tutto in modo molto ampio».

Eppure, a giudicare dalle indiscrezioni emerse finora, questo suo rispondere «a tutto in modo molto ampio» si riduce a un gigantesco “boh”. Vedi la sintesi di Repubblica, che titola «Napolitano: “Sì, nel ’93 la mafia ricattò lo Stato ma non ho mai saputo di accordi con i clan». In altre parole, e sempre col beneficio del dubbio insito nel doversi basare su quanto riportato da terzi (i testimoni della testimonianza, per così dire), l’allora presidente della Camera era a conoscenza del problema – il ricatto della mafia nei confronti dello Stato – ma ignora come sia stato affrontato e risolto. Né all’epoca né in seguito, a quanto pare, ha sentito l’esigenza di verificarlo.

Strano. Pur dichiarando, stando ancora a Repubblica, che «la notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 fu subito chiaro che quelle bombe erano un ulteriore sussulto della strategia stragista portata avanti dalla fazione più violenta di Cosa nostra, per porre i poteri dello Stato di fronte a un aut aut. O per ottenere benefici sulla carcerazione, o per destabilizzare lo Stato», Napolitano sembra considerare del tutto naturale che quella «strategia stragista» si sia dissolta da sé. Il che implicherebbe, com’è ovvio, che dei boss sanguinari e spietati alla Totò Riina abbiano desistito senza alcuna contropartita, presumibilmente ammansiti dalla granitica fermezza delle Pubbliche Istituzioni.

Davvero una “ricostruzione” edificante. Che meriterebbe, eccome, di essere mostrata/amplificata/celebrata in una fiction televisiva. Su Rai Uno e in prima serata, ça va sans dire.

Federico Zamboni   

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