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Renzi pensiona sindacati e consociativismo

Con Matteo Renzi, se riuscirà a mantenersi stretto al potere, si stanno mandando definitivamente in soffitta le logiche e i meccanismi della Prima Repubblica. In primo luogo l'anti-fascismo relegato ormai ad un fastidioso reperto storico. E a seguire il consociativismo, una peculiarità tutta italiana in base alla quale la politica economica veniva concordata tra i partiti di governo e dell'opposizione, unitamente alle cosiddette “parti sociali”, quindi sindacati ed imprese. Caratteristica tutta italiana che ha avuto una influenza gigantesca, attraverso i veti incrociati, nel bloccare lo sviluppo economico del nostro Paese, anzi avviandone quel declino che sta sprofondando l'Italia in una povertà di massa che credevamo esserci buttati dietro le spalle dopo la fine della seconda guerra e con la ricostruzione e con il successivo boom della fine degli anni Cinquanta. 

Del resto si tratta di una assurdità tutta italiana, venutasi a creare negli anni settanta, dopo l'Autunno Caldo e la crisi energetica successiva alla Guerra del Kippur (settembre 1973) e soprattutto con una inflazione a due cifre che massacrò letteralmente il potere d'acquisto delle retribuzioni. Un vero e proprio assurdo perché non si teneva minimamente conto del fatto che i partiti politici presenti in Parlamento erano espressione della volontà dei cittadini italiani che votavano più che altro “contro” un partito specifico più che a suo favore. Vedi il consenso alla DC in funzione anti-comunista. Succedeva così che alcuni cittadini, che erano anche sindacalisti ed imprenditori, finivano per intervenire due volte nel processo decisionale. Prima col voto, poi con il ricatto. Ma, purtroppo, all'epoca la parola d'ordine era “tutti insieme”. Tutti dovevano essere accontentati e così si moltiplicava il livello della spesa e del debito pubblico per pagare le clientele politiche ed economiche. Nessun governo e nessun politico disponeva della forza né tanto meno il coraggio per mettere fine a questo andazzo, perché tutti, sia pure in diversa misura, partecipavano al banchetto, saccheggiando le risorse pubbliche e taglieggiando le imprese private, alcune delle quali (Fiat in testa) avevano i loro bei vantaggi. 

Un meccanismo che oggi sta franando su se stesso. Il chiacchiericcio infinito della Prima Repubblica, inconcludente e devastante per l'economia, ha fatto il suo tempo. Nell'epoca della globalizzazione - si dice - è ormai necessario prendere decisioni in tempi stretti e senza titubanze. Decisioni nelle quali i governanti mettono la propria faccia (vedi Monti e Fornero completamente usciti di scena). Non è più possibile che un provvedimento di legge sia l'effetto di interminabili ricatti e di veti incrociati. Un governo, se ha i numeri, deve poter governare. È così in ogni Paese. Soltanto da noi si è potuto prevedere l'assurdo di un bicameralismo perfetto con tempi interminabili nell'approvazione di una legge, con modifiche e con continui rimpalli di responsabilità tra Camera e Senato. Se a questo poi si aggiungono le resistenze dei sindacati e delle imprese che, oltre a lavorare attraverso i propri lobbisti in Parlamento, pretendono anche di bloccare il governo, abbiamo una delle spiegazioni, non la sola, della crisi italiana. 

Renzi, qualunque possa essere il giudizio su di lui, ha deciso di svincolarsi da quelle logiche. Le leggi e le manovre economiche, ha affermato con forza, si decidono in Parlamento. Se imprese e sindacati vogliono offrire suggerimenti al governo va pure bene. Ma poi decidiamo noi. Le leggi si votano in Parlamento e non nelle piazze. La Cgil minaccia lo sciopero generale? Sai che paura. Con questa crisi e con la possibilità di perdere il posto di lavoro, nessuno ha voglia di perdere una giornata di retribuzione. 

Cosa contano ormai la Cgil e il sindacato in genere? Meno del 40% dei lavoratori dipendenti sono iscritti a un sindacato. E nella Cgil, Cisl e Uil la maggioranza degli iscritti sono pensionati. I sindacati, ha voluto dire Renzi, non sono più rappresentativi del mondo del lavoro e devono tornare a svolgere il loro ruolo, come previsto dalla Costituzione. Difendere i diritti dei lavoratori e sostenere l'applicazione dei contratti. Che poi quelli nazionali stiano lentamente sparendo e siano sostituiti da quelli aziendali è un punto che Renzi non ha affrontato. Ma non si tratta di un punto da poco perché i nuovi contratti aziendali, basati sugli straordinari e sui premi di produzione, stanno lì a certificare l'entrata del nostro sistema economico nelle logiche della globalizzazione. La prima di esse dice al dipendente: lavora e produci e forse conserverai il tuo posto. In ogni caso metti conto, e Renzi lo ha apertamente ricordato, che l'epoca del posto fisso è definitivamente tramontata. E su questa novità il sindacato sta perdendo la sua ragione di esistere, anzi di sopravvivere. 

Renzi ne è perfettamente consapevole ed ha alzato ulteriormente il tiro nella sua svolta “liberista” e di destra. L'incredibile è che sia stata la stessa maggioranza del PD, quella che era bersaniana al 60%, quella che era la Sinistra del partito, la sua componente più “sociale” e legata al sindacato, con il classico giro di valzer, a passare in massa nelle fila del nuovo leader, soprattutto quando imponeva e faceva passare provvedimenti di destra.

Irene Sabeni

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