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TFR in busta paga: peggio un uovo oggi…

I soldi che non ci sono. I soldi che vanno trovati. I soldi che non si possono trovare, però, là dove sarebbe naturale farlo, ossia nella stampa di denaro da parte delle singole nazioni. Gli Stati come l’Italia vi hanno rinunciato a priori con le due decisioni – i due autentici crimini contro le rispettive popolazioni – assunte in ambito UE: il passaggio alla moneta unica in base a modalità capestro, a cominciare dai parametri fissi del Trattato di Maastricht, e l’attribuzione alla BCE del «diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno dell’area dell’euro».

Lo sfondo è questo. E su questo sfondo, fatalmente, si colloca anche l’ultima trovata del governo, che vorrebbe mettere in busta paga, dal primo gennaio 2015, il 50 per cento della quota di TFR relativa a ciascuna mensilità: un trucchetto contabile, sulle spalle dei lavoratori che andranno a intaccare le liquidazioni future e delle aziende che si dovranno accollare un esborso anticipato e a getto continuo, che ha lo scopo di accrescere almeno un po’ il reddito disponibile e quindi, si suppone, la propensione alla spesa. Per poi presentare le conseguenze positive, laddove ci fossero, come un grande successo politico.

Tuttavia, in perfetto stile Renzi, si cerca di trarre un vantaggio di immagine anche dall’eventuale, o probabile, impraticabilità dell’iniziativa. Visto che il nodo finanziario è la scarsa liquidità delle imprese, nell’ordine del giorno approvato lunedì scorso dalla direzione nazionale del PD è specificato che l’adozione della misura è subordinata alla messa a punto di «un protocollo tra Abi, Confindustria e governo». E mentre dal mondo bancario è già arrivato un chiarissimo segnale di disponibilità (per forza, visto che attraverso questo tipo di prestiti c’è solo da guadagnarci) con le dichiarazioni del Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni, il versante imprenditoriale oscilla tra l’estrema cautela di Giorgio Squinzi, presidente della stessa Confindustria, e la drastica contrarietà di Giorgio Merletti, presidente di Rete Imprese Italia.

Sempre lì si ritorna, comunque. Alla questione dei capitali che si dovrebbero iniettare nel corpo dissanguato dell’economia produttiva, e che invece sono, e restano, fuori dalla portata degli Stati. La BCE, e giusto ieri lo hanno ribadito le parole di Mario Draghi a Napoli, si arrocca sul suo mandato-dogma fissato dall’articolo 127 del Trattato sull’Unione europea, secondo il quale «l’obiettivo principale è il mantenimento della stabilità dei prezzi», e non allenta i cordoni della borsa, oppure lo fa soltanto a favore delle banche. La stretta creditizia diventa insormontabile sia per i privati, nel loro insieme, che per le pubbliche istituzioni, inchiodate dall’enorme debito pregresso e dai relativi, spaventosi interessi.

Come si dice, la coperta è corta. Come non si dice, la coperta è stata resa corta volutamente. Allo scopo di esasperare l’insicurezza collettiva, in una versione più subdola ma altrettanto efficace della “shock economy” denunciata da Naomi Klein, e spianare così la strada alle mitologiche riforme che in teoria dovrebbero risanare il Paese, ma che invece lo renderanno solo più funzionale alla competizione globale e agli interessi di chi ne tira i fili.

Viene in mente l’assonanza che c’è tra il significato letterale di TFR, il “trattamento di fine rapporto” tra un lavoratore e chi lo ha assunto, e la sua estensione a tutto campo: il “trattamento di fine rapporto” tra i cittadini e la politica che li dovrebbe rappresentare. Una miseria di liquidazione, snaturata attraverso lo stillicidio degli anticipi mensili, e tanti saluti agli obblighi di tutela dei governi nei confronti dei cittadini. Sorry, la giungla liberaldemocratica corre veloce verso il futuro e non se li può più permettere.

Federico Zamboni

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