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Tigri di carta?

Ci sono informazioni che accogliamo distrattamente, mentre meriterebbero grande attenzione per trarne conclusioni che possono mettere in discussione convinzioni diffuse.

È il caso del dato secondo cui tutto l’apparato aero-navale e missilistico che sta conducendo l’offensiva americana contro ISIS, costa dieci milioni di dollari al giorno. Il Pentagono aggiunge che tale cifra è probabilmente insufficiente.

Ne discende che la guerra supertecnologica nella quale USA, NATO e Israele non hanno rivali, deve risolversi in poche settimane o al massimo pochi mesi, altrimenti i costi diventano insostenibili.

Nel recente conflitto fra Israele e Hamas, ogni missile antiaereo del tecnologicissimo sistema con cui lo Stato ebraico ha neutralizzato i razzetti dei nemici, poco più che petardi, è costato centomila dollari. Migliaia sono stati i petardi scagliati da Hamas, migliaia i costosissimi missili antiaerei di Israele.

La seconda considerazione da fare riguarda  il vero e proprio terrore che tutto lo schieramento occidentale prova all’idea di poter subire forti perdite di vite dei suoi soldati.

Anche a questo proposito il modo più convincente di argomentare è il confronto fra le cifre, per misurare la distanza fra il sentire odierno, in un Occidente in piena decadenza civile e morale, e quello di poco più di 50 anni fa.  

La campagna che portò le forze anglo-americane a conquistare la Sicilia, nell’estate del 1943, fu considerata una delle più facili nella seconda guerra mondiale, eppure costò alle forze alleate circa dieci mila morti, cifra allora considerata come “perdite lievi”.

Nella guerra del Viet Nam, durata quasi un decennio, gli USA ebbero circa 50.000 morti, in media 5.000 all’anno. Quelle perdite furono considerate tanto intollerabili che provocarono ondate di proteste in tutte le grandi città americane. Intanto le vittime vietnamite si contavano a milioni, ma la resistenza continuava tenace, uguagliata o perfino superata soltanto dall’attuale eroismo dei pashtun afgani, l’etnia che alimenta la guerriglia talebana. Gli Usa persero la guerra del Viet Nam dopo aver vinto tutte le battaglie, e la persero per l’insostenibilità dei costi e per la ribellione dei giovani che bruciavano le cartoline-precetto con l’ordine di partire per il fronte. Da allora le guerre americane furono combattute da volontari e mercenari, eppure l’idea di morire in battaglia è sempre meno tollerata.

Ne discende che l’Occidente è imbattibile se le guerre odierne si risolvono in poco tempo. Una guerra di lunga durata lo vede perdente, per l’enormità dei costi di una tecnologia da fantascienza e per il il rifiuto dell’idea della morte (quella propria ovviamente; le cifre dei morti altrui lasciano indifferenti).

Le prove di quanto asserito sono numerose.

La prima guerra del Golfo finì in pochi mesi col trionfo della coalizione guidata dagli USA, perché fu condotta soprattutto dal cielo con bombardamenti massicci sulle forze irachene. L’allora presidente degli Usa, Bush senior, fermò saggiamente le sue truppe sulla strada di Baghdad sia per non favorire troppo l’Iran abbattendo il suo acerrimo nemico Saddam, sia per evitare le perdite che avrebbe comportato la penetrazione in una metropoli come la capitale irachena.

La seconda guerra del Golfo, quella scatenata nel 2003 da Bush junior, è finita in un completo fallimento per la guerriglia urbana che ha inchiodato sul terreno per lunghi anni l’esercito americano, per i costi che hanno reso abissale il debito pubblico e per le perdite che una guerra di quel tipo comportava.

La campagna della NATO contro la Serbia si è conclusa con pieno successo nell’arco di due mesi, perché i bombardamenti su Belgrado e la distruzione delle infrastrutture serbe hanno indotto quel governo alla resa.

L’invasione dell’Afghanistan ha messo gli occupanti davanti a una guerriglia logorante che dura da 13 anni e che li costringe ad abbandonare il Paese per evitare che i costi e le perdite lievitino ulteriormente.

Israele ha sbaragliato gli eserciti arabi in una serie di guerre in cui la sua tecnologia bellica aveva ragione in poco tempo del nemico in scontri fra aereo ed aereo, carro armato e carro armato.

Quando si è trattato di affrontare una guerriglia di lunga durata, i costi e le perdite crescenti hanno interrotto le operazioni belliche con risultati ambigui. È successo nel 2006 nello scontro con gli Hezbollah libanesi, è successo a Gaza nel 2008 e nei mesi scorsi. Il rapporto di mille a uno fra la potenza di fuoco di Israele e quella dei suoi nemici non è stato sufficiente quando si è trattato di proseguire in un’offensiva che avrebbe portato i soldati con la stella a sei punte nelle viuzze di una metropoli densamente popolata, e col costo astronomico dei bombardamenti aerei e del sistema antimissilistico.

Il presidente Mao definiva l’imperialismo “una tigre di carta”. Krusciov, impegnato in trattative per il disarmo con gli USA, aveva buon gioco nel ribattere che quella tigre di carta aveva i denti atomici.

Nemmeno l’attuale armamento dell’Occidente, senza confronti nel mondo, è una tigre di carta, ma i suoi costi e un materiale umano infiacchito dalla decadenza dei costumi sono fattori di debolezza su cui il nemico può contare. Quelli dell’ISIS lo sanno, ma lo sanno anche i veri competitori dell’Impero anglo-israelo-americano, che non sono i guerrieri di Allah bensì russi, cinesi e iraniani.

Luciano Fuschini

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