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Ti tesseri al PD? Complimentoni

Per ora i dati sono sommamente incerti, ma il ragionamento si può fare lo stesso. Anche, o soprattutto, perché si tratta di ribaltare l’approccio corrente, che si concentra sul numero degli iscritti al Pd nel presupposto che vada tutto bene se la cifra aumenta, o se quantomeno rimane stabile, mentre ovviamente il giudizio si capovolgerebbe di fronte a una riduzione, o addirittura a un crollo.

In effetti le indiscrezioni apparse sui media la settimana scorsa riferivano appunto di una debacle: secondo il Corriere, ad esempio, «La campagna tesseramenti sta dando risultati choccanti: rispetto al 2013, la base si è assottigliata di 4 volte. Tanto che i tesserati non sarebbero più di 100 mila (ed erano oltre 500 mila lo scorso anno)». A stretto giro di ruota, però, era arrivata la smentita ufficiale del partito. Con una nota pubblicata sul proprio sito, e imperniata sulle dichiarazioni del vice segretario e responsabile Organizzazione Lorenzo Guerini, si dichiarava recisamente che «le notizie sul numero degli iscritti al PD, sono infondate: il tesseramento del PD è iniziato il 25 aprile del 2014, le tessere sono state distribuite a partire dal mese di giugno, e terminerà il 31 dicembre 2014». Un problema di tempi tecnici, insomma. E pur astenendosi dallo specificare l’ammontare già raggiunto, il che la dice lunga sul fatto che non c’era nulla di oggettivo da esibire, si ostentava tranquillità e ci si rifugiava in un lapidario, o arrogante, o evasivo, «al momento le cifre sugli iscritti che provengono dai territori sono comunque, decisamente superiori ai dati riportati».

Questo per la cronaca. Ma il nocciolo della questione, come abbiamo anticipato in apertura, va cercato altrove. Benché sia indubbio che una drastica diminuzione dei tesserati costituirebbe un fenomeno negativo, tutto da interpretare in chiave politica e con pesanti ripercussioni sul finanziamento interno, la vera domanda che va posta, e non solo per quanto riguarda il Pd, è se abbia ancora senso spendere dei soldi per aderire in maniera stabile a dei partiti in cui si conta poco o niente. Una volta che si sia affermato il metodo delle primarie aperte a qualsiasi altro cittadino, cui non si chiede nulla di più che di farsi registrare e di versare qualche spicciolo una tantum, a determinare la selezione dei vertici non è più l’insieme degli iscritti, ma una platea molto più vasta e dai contorni sfuggenti. Che è l’alveo ideale in cui incanalare istanze eterogenee e opportunistiche, che in linea di principio dovrebbero essere escluse a priori poiché discendono da altre matrici.  

A questa scarsa o nulla influenza sulla selezione della classe dirigente, e più che mai dei leader nazionali (vedi appunto il caso di Matteo Renzi, che un anno fa si fermò al di sotto del 50 per cento tra i tesserati, per poi sfiorare il 70 con la consultazione allargata a chiunque, ivi inclusi dei sostenitori “tattici” provenienti dall’elettorato di centro o di centrodestra), si aggiunge un’analoga difficoltà/impossibilità di incidere sui contenuti. Lo schema che si è imposto negli ultimi anni, infatti, è il medesimo che ritroviamo nelle elezioni di carattere generale: i programmi vengono definiti da ristrette oligarchie e l’unica cosa che possono fare i votanti è sostenerli oppure no, ma comunque a scatola chiusa o giù di là. In pratica, come spiegammo anni fa con riferimento al campo sindacale, una procedura che ricalca i contratti per adesione, prestampati e pronti per la controfirma. Ossia, per dirla in maniera spiccia, degli aut aut del genere “prendere o lasciare”.

Ancora una volta, insomma, una democrazia di facciata che si riduce a pura messinscena. E ciascun iscritto al Pd, o a qualunque altro partito della stessa risma, dovrebbe appunto farsi questa limpida domandina, tanto stringata quanto suscettibile di infinite applicazioni: in che misura sono partecipe, davvero, di ciò che viene deciso?

Gli si potrebbero aprire gli occhi, sempre che nel frattempo non si sia trasformato nel classico tifoso che è disposto a ingoiare tutto, pur di vivere qualche momento di gloria riflessa.

Federico Zamboni

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