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Superbanchieri in contrasto: Bundesbank vs BCE

Mini test di omologazione, o viceversa di lucidità: come vi suona la frase del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, secondo cui «C’è il rischio che la politica monetaria [della BCE], in particolare nell'area dell'euro, sia ostaggio della politica»?

In realtà di “perle” analoghe ce ne sono anche altre, all’interno dell’intervista pubblicata ieri dal Wall Street Journal, ma ci arriveremo dopo. Per fissare il punto chiave basta e avanza l’affermazione che abbiamo appena citato, e che infatti è stata utilizzata dal WSJ come sottotitolo del relativo articolo. Un’affermazione che è allo stesso tempo scandalosamente fondata e terribilmente falsa. Scandalosamente fondata se si guarda alla scelta suicida con cui i governi degli Stati membri della UE decisero di delegare/regalare la propria politica monetaria alla Banca Centrale Europea, per cui quest’ultima detiene davvero la libertà di decidere autonomamente in materia. Terribilmente falsa se invece si tiene ben presente che, appunto a causa di quell’assurda cessione di sovranità, non è affatto la BCE che “rischia di essere” ostaggio della politica, ma è viceversa la politica che “è” certamente ostaggio della BCE. E quando diciamo BCE intendiamo dire, come dovrebbe essere ovvio, gli interessi prettamente bancari, e prettamente privati, che essa rappresenta.

Ciò che irrita il singolo superbanchiere Weidmann, dunque, poggia su qualcosa che dovrebbe non soltanto irritare, ma far insorgere (con qualsiasi mezzo), le centinaia di milioni di cittadini europei che ne subiscono le conseguenze. L’abnorme protrarsi della crisi, infatti, è dovuto innanzitutto al perdurante strapotere della finanza ai danni dell’economia produttiva, e il guardiano locale di questo dominio inflessibile, e a vocazione planetaria, è appunto la BCE. Che nonostante i proclami di Draghi sulla disponibilità ad adottare le famose “misure non convenzionali” – annunciate, o favoleggiate, nel luglio 2012, per la gioia degli operatori/speculatori di Borsa e con i media che si precipitarono a scodellare l’ennesima iperbole parlando nientemeno che di «bazooka» – si è ben guardata dall’andare al di là dell’abbassamento dei tassi di interesse e della raccomandazione rivolta alle banche, ma sostanzialmente ignorata, affinché attenuassero la stretta creditizia.

Quello che è continuato a mancare, in nome del dogma del contenimento dell’inflazione e strainfischiandosene del fatto che intanto si andava dritti verso il fenomeno, diametralmente opposto, della deflazione, è un massiccio supporto agli investimenti, sia pubblici che privati, al fine di rilanciare i livelli di produzione, occupazione e consumo. Obiettivi che in assoluto rimangono sbagliati, per chi come noi non condivide nulla del modello liberista, ma che pure sono imprescindibili nel contesto attuale.   

Weidmann si preoccupa di tutt’altro, invece. Da un lato ribadisce che «il concetto di una banca centrale indipendente, chiaramente focalizzata sulla stabilità dei prezzi, non è né superato né fuori moda». Dall’altro si erge a paladino, paradossale, degli interessi generali dei cittadini, affermando che nel ventilato acquisto da parte della BCE di Abs (“asset backet Securities”, in pratica delle obbligazioni emesse nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione), «c'è il rischio che pagheremo più del dovuto. Ciò rappresenterebbe un trasferimento del rischio dalle banche e altri investitori alla banca centrale e, alla fine, ai contribuenti».

Magnifico. I “contribuenti” europei ne saranno felici: cosa volete che siano la crescente mancanza di lavoro e i tanti altri effetti negativi della crisi, a fronte di un sistema bancario che, pur di tutelarci tutti, è così saggio e guardingo?

Federico Zamboni

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Rassegna stampa di ieri (30/9/2014)