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Mose: adesso anche Galan vuole patteggiare

Nel giugno scorso, quando era esploso lo scandalo del Mose ed era venuto fuori che tra gli indagati per corruzione c’era anche lui, Giancarlo Galan era insorto. Dichiarandosi estraneo alle accuse e impaziente di essere ascoltato dagli inquirenti, l’ex presidente della Regione Veneto aveva rivendicato con toni perentori la propria innocenza: «Mi riprometto di difendermi a tutto campo nelle sedi opportune con la serenità ed il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita. Chiederò di essere ascoltato il prima possibile con la certezza di poter fornire prove inoppugnabili della mia estraneità».

Quattro mesi dopo, e a quanto pare sotto il peso della detenzione in carcere cominciata il 22 luglio, la musica è completamente cambiata. Al posto di quella sicurezza, o sicumera, ecco la richiesta di patteggiamento, presentata dai suoi avvocati e già avallata, in attesa della decisione del Gip, dalla Procura di Venezia: due anni e dieci mesi di reclusione, nonché la confisca di 2,6 milioni di euro, pur di evitare sanzioni peggiori e confidando di essere trasferito agli arresti domiciliari.

Sul conto di Galan, a questo punto, c’è ben poco da aggiungere. La vicenda si commenta da sé e dovrebbe equivalere a una pietra tombale sulla sua attività politica, anche se c’è quasi da scommettere che o presto o tardi pure lui proverà a rifugiarsi nel distinguo, quasi sempre pretestuoso, tra patteggiamento e ammissione di colpa. Assai più del giudizio individuale, però, merita attenzione la questione complessiva. Il fatto che la normativa esistente preveda, e quindi permetta, questo tipo di soluzioni. O, per meglio dire, di scappatoie. Di fronte a reati come la corruzione, specialmente se reiterata e lucrosa come nel caso del Mose, bisognerebbe seguire comunque l’iter ordinario – escludendo, beninteso, ogni possibilità di fruire della prescrizione – e irrogare sempre il massimo della pena.

Il patteggiamento nasce da considerazioni essenzialmente pratiche, ossia dall’intento di far risparmiare tempo e denaro all’amministrazione giudiziaria. Ma è un criterio che non può prevalere sull’esigenza di infliggere punizioni esemplari ai responsabili di condotte particolarmente nocive. I Galan di turno – e la loro lista, come dimostrano le cronache anche recenti, è non solo lunghissima ma in continuo aggiornamento – dovrebbero sapere per certo che non avranno scampo, qualora siano beccati con le mani nel sacco.

(fz)

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