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Tocci, nessuna dignità (altroché)

Walter Tocci, esponente della minoranza del Pd e fortemente contrario - ma solo a parole - al Jobs Act, si è dimesso dopo aver votato sì alla fiducia. Da qui, da questo gesto così impopolare nel nostro Paese (le dimissioni) sono iniziate le lodi sperticate in merito alla “dignità” della sua decisione. 

Ha parlato di dignità anche Corradino Mineo, uno degli ultimi “estratti” del calderone Pd (lo preferivamo molto di più quando faceva il nostro mestiere).

Ma la precisazione è d’obbligo: di quale dignità si ciancia?

Se avesse voluto fare una operazione dignitosa, e in piena aderenza con quanto annunciato, cioè la contrarietà a questo provvedimento, Tocci avrebbe dovuto dimettersi prima, semmai. Oppure non avrebbe dovuto votare proprio la fiducia a un governo per andare a fare esattamente la cosa che in coscienza gli è apparsa così insopportabile. Invece Tocci ha votato la fiducia - allineato e coperto - e poi si è dimesso.

Il punto risiede tutto in quel “poi”. Come dire: sto facendo una porcata, la faccio contro la mia volontà (visto che voto contro quello che reputo giusto), la faccio tanto in antitesi con ciò che penso, e dunque straccio la mia onestà intellettuale, tanto che dopo mi dimetto. 

Tocci ha reputato preferibile contribuire alla vita di questo governo anche se non lo sopporta a tal punto da aver scelto poi di dimettersi.

In altre parole: vota per una cosa di cui si vergogna tanto dal dover poi compiere un gesto di questo tipo.

E allora, sia chiaro: non c’è proprio alcuna dignità, in questo.

(vlm)

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