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«La Gabanelli è stupida». E se lo dice Bertelli…

Si è stizzito, Mister Prada: all’anagrafe è Patrizio Bertelli, ma siccome dal 1987 è sposato con la sciura Miuccia (Prada, appunto), oramai è come se il cognome della moglie fosse anche il suo. Al pari dell’omonimo gruppo industriale, naturalmente. Del quale, d’altronde, l’operosissimo Bertelli è il Grande Capo – ovvero il CEO, nella neolingua angloamericana che dilaga everywhere – con tutti gli onori, e i soldoni, che ne derivano. Infatti sia lui che la consorte si piazzano abbastanza bene nella classifica dei supermilionari redatta, cortesemente, dal bisettimanale statunitense Forbes, e sommando gli averi di entrambi si arriva alla rispettabilissima cifra di 12,8 miliardi di dollari. Che purtroppo è un po’ meno dell’ammontare riferito all’anno precedente, ma si sa che c’è la crisi e bisogna farsi forza.

Detto ciò, per chiarire ai più distratti di chi stiamo parlando, veniamo alla notizia del giorno. Ossia allo “stizzimento” di cui abbiamo accennato in apertura. Al signor Bertelli non è andato giù il servizio di Report trasmesso il 2 novembre scorso e intitolato “Siamo tutti oche”, nel quale si denunciava «l’illegalità della “spiumatura” sulle oche vive in Ungheria». Una pratica «crudele» che rientra nel novero delle «scelte di alcuni marchi della moda che si spingono perfino in territori non riconosciuti dall’ONU pur di risparmiare pochi euro su prodotti venduti a prezzi elevati in boutique». Sul banco degli imputati c’era, in particolare, la Moncler. Che all’indomani della messa in onda del programma ha subito un pesante ribasso delle quotazioni di Borsa, chiudendo con una perdita di quasi il 5 per cento.

Così, quando ieri Bertelli è intervenuto al Milano Fashion Global Summit e gli è stato chiesto di dire la sua sulla vicenda, e sulle relative polemiche, lui non ha esitato a sparare a zero. A suo giudizio le accuse di Report discendono da «una cultura del passato oramai sorpassata, per questo la Gabanelli è stata stupida». Altro che crudeltà e mancanza di scrupoli: «È naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si può impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo. Lo stesso discorso vale per Prato, dove il popolo orientale ha trovato una opportunità economica e l’ha sfruttata».

Che lezioncina illuminante. Il pragmatico CEO di lunghissimo corso si trasforma d’incanto in Ph.D. – anzi in “Distinguished Professor”, presso l’Università Internazionale del Lucro – e ci richiama tutti all’ordine, scodellando una reprimenda, in perfetto stile USA, a metà strada fra determinismo storico e religione del Dio Quattrino. La globalizzazione è un dato di fatto, e come tale si erge a Realtà Indiscutibile. Il taglio dei costi è un comandamento universale, e quale che sia il comportamento pratico indotto dalla sua (obbligatoria, spasmodica, fremente) applicazione «non si può impedirlo in un mercato liberale».

Corollario ineccepibile, ma teorema sballato. E conclusioni da ribaltare. Se davvero il “mercato liberale” spiana la strada a ogni sorta di sopraffazioni, non bisogna affatto chinare la testa e adeguarsi, reverenti, ai suoi cinici diktat. Al contrario: si deve fare di tutto perché quante più persone possibili aprano gli occhi e comprendano, finalmente, che gli abusi commessi dalle singole imprese, e in primis dalle multinazionali, sono le manifestazioni concrete del pensiero liberista. Delle sue premesse. Dei suoi obiettivi. Dei suoi “valori”. Delle sue strategie.

Come cantò Fabrizio De André, «non esistono poteri buoni». Men che meno nell’economia odierna, globalizzata e finanziaria.

Chi è lo stupido, allora?

Federico Zamboni 

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