Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Strategia, Nemico, Malafede: i tabù che fanno da alibi

L’elenco potrebbe essere espanso moltissimo, ma l’importante è fissarne il filo conduttore. Fissarlo. Memorizzarlo. Capirlo.

Il filo conduttore è che appunto non c’è nulla di casuale in quello che sta accadendo in Occidente da almeno 35 anni, ossia dall’avvento in parallelo della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli USA. Diciamo Occidente perché il campo d’azione accomuna sia l’Europa sia gli Stati Uniti, ma il fronte principale è il nostro: il “vecchio continente” dove l’attacco liberista, o neoliberista, non era stato ancora sferrato con la medesima brutalità che Oltreoceano, invece, è prassi corrente già da lunghissimo tempo. E che infatti laggiù, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo”, equivale a una norma non scritta, talmente consolidata da non essere più percepita nella sua effettiva natura di arbitrio e sopraffazione – che dà luogo a una schiavitù appena un po’ mascherata – nemmeno dalla stragrande maggioranza di coloro che la subiscono.

In teoria sembrerebbe ovvia, la conclusione da trarre a fronte di un assalto sistematico ai danni della generalità dei cittadini: se esiste questo attacco, deve esistere anche chi lo ha deciso e lo porta avanti. Se sussiste una contrapposizione deliberata e insanabile, che tende a concentrare nelle mani di un’oligarchia alquanto ristretta una sempre maggiore ricchezza, e dunque un sempre maggior potere, essa va riconosciuta come un conflitto. E chi ha voluto tale conflitto va identificato come un nemico.

È questo il pezzo mancante (metà tabù e metà segreto di Pulcinella) in ogni “analisi” economica e politica da parte degli attori istituzionali e paraistituzionali che dominano la scena. I governi, i partiti, i sindacati, nonché i commentatori embedded dei media a più larga diffusione, discutono all’infinito dei singoli aspetti ma si guardano bene dal ricomporre il quadro complessivo, denunciando la strategia che vi è sottesa. L’unico richiamo a una visione d’insieme è quello sbagliato, e capzioso: è l’appellarsi alla globalizzazione in atto spacciandola per un fenomeno naturale, o comunque inarrestabile, al quale ci si può soltanto adeguare/inchinare/prostrarsi, sperando di riceverne in cambio un posticino a tavola. O anche solo sotto la tavola, a racimolare le briciole del banchetto altrui.

Di esempi se ne potrebbero citare a migliaia, e basta pescare negli archivi del Ribelle per averne a iosa, ma per rimanere sulle notizie di attualità ecco le dichiarazioni rilasciate ieri dalla neo segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan: «Lo sciopero  è l'ultimo strumento per ottenere risultati», mentre la strada privilegiata deve essere quella «della contrattazione, del confronto, del dialogo, partendo dai problemi del mondo reale». 

Come no? Il «dialogo», il «confronto», la «contrattazione». Si è visto, in tutti questi anni, anzi decenni, a cosa hanno portato queste modalità di rapporto. O di atteggiamento. O di assoggettamento.

Hanno condotto ad assecondare, uno dopo l’altro, tutti i processi di erosione e rimozione delle precedenti conquiste nel campo della tutela dei lavoratori, fino a sgretolare l’idea stessa del lavoro (in barba all’articolo 1 della Costituzione) come fondamento autentico, e non meramente retorico, della Repubblica italiana.

Per dialogare bisogna essere in due, ed essere entrambi in buonafede. Entrambi desiderosi di perseguire il bene comune. Entrambi convinti che sia l’economia a dover soddisfare i bisogni dei popoli, e non che i popoli si debbano immolare sull’altare dei totem liberisti del Pil e della prosperità, pressoché a senso unico, delle banche, degli speculatori finanziari e delle multinazionali.

Se la buonafede non c’è, c’è invece il suo opposto: la malafede. Se la solidarietà non c’è, c’è invece il suo opposto: l’ostilità.

Se non c’è l’onestà intellettuale di riconoscere il conflitto in corso c’è la connivenza col nemico.

Federico Zamboni
  

I nostri Editori

Cucchi, la sentenza. Perché è da ammirare il coraggio dei giudici

Quel media che manca