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«Democrazia monopartitica»: e che sarà mai?

Una enormità. E se non fosse che ormai la discussione propriamente politica è ai minimi termini, a forza di appiattirsi sulle necessità “concrete”, il ragionamento fatto ieri da Scalfari, nel suo classico maxi articolo della domenica, dovrebbe scatenare delle reazioni infuocate.

Dopo i consueti svolazzi introduttivi, che prima di piombare sugli scenari dell’attualità si compiacciono di divagare tra riferimenti culturali più esibiti che appropriati, l’ex direttore di Repubblica si sofferma sul ruolo del “Partito della Nazione” vagheggiato da Renzi. E nel presupposto che esso sia destinato a egemonizzare la scena, in quanto farebbe «prevalere i concreti interessi nazionali sulle ideologie» aggiudicandosi perciò «i voti della sinistra moderata, del centro e d’una parte della destra», ecco l’incredibile epilogo: «Naturalmente esser guidati da un solo partito non è una conquista per la democrazia, anzi è una bastonata in testa. Attenzione però: ci sono vari modi di intendere la democrazia. Bipartitica? È un’ipotesi. Monopartitica: perché no, se il partito unico è democratico».

Venisse da qualcun altro, che non appartenga al pantheon (o al museo delle cere) dell’intellighenzia liberal-progressista, la conclusione sarebbe immediatamente rigettata. In malo modo. Accusandola di velleità para dittatoriali che sono l’antitesi stessa della democrazia. E probabilmente citando, come si è già fatto in tante altre occasioni, il caso delle elezioni tedesche del 1933, quando l’NSDAP di Hitler sfiorò il 44 per cento e ottenne così una supremazia che gli permise, a partire da un consenso tanto cospicuo e di per sé “democratico”, di prendere il potere e imporre un regime totalitario.

Nella versione di Scalfari, invece, la questione si stempera in una sorta di anomalia tecnica. Dando per scontato che il futuribile Partito della Nazione sarà “democratico”, ossia che consentirà di scegliere i propri vertici e, dunque, la propria linea politica, se ne conclude che in fondo il suo avvento non sarebbe affatto inaccettabile. E men che meno impensabile. D’altronde – e in questa prospettiva il teorema trova una sua logica, benché perversa – l’ipotesi del partito unico è intimamente connessa all’affermarsi di quell’altro monolite, sempre più dogmatico e supponente, che è il pensiero unico di matrice liberista.

Una volta che si sia accettata l’idea di un modello economico sostanzialmente vincolante e inderogabile, al quale non soltanto si deve sottostare di fatto a causa della propria debolezza ma al quale si deve aderire in linea di principio sposandone le premesse e le finalità, il resto viene da sé. Fissata la “mission” degli stati-aziende, il governo si riduce alla scelta del relativo management. Gli elettori si riducono a loro volta a essere degli azionisti (ed è arcinoto quanto contino i detentori delle quote più piccole, o addirittura microscopiche, nella gestione delle grandi SpA dominate dai detentori dei pacchetti più consistenti) e il meccanismo si cristallizza in una perenne riaffermazione di sé stesso. Con un’oligarchia che comanda, e che direttamente o indirettamente si spartisce compensi faraonici, e tutti gli altri che possono solo ubbidire, sperando che dalla gestione altrui scaturisca qualche tipo di dividendo, anziché l’aggravio infinito dei debiti societari da fronteggiare.

È la “Storia” che ce lo chiede.

Federico Zamboni

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