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Il fisco degli altri

La recente querelle nata in ambito europeo, sulle poche tasse che si pagano in Lussemburgo, rappresenta in buona sostanza una polemica datata e strumentale. Datata perché è da anni, anzi da decenni, che il granducato fa pagare meno tasse ai propri cittadini rispetto alla media europea. E ne fa pagare ancora meno alle società che decidono di stabilirvi la loro sede legale ed appunto fiscale e ai loro azionisti. Una peculiarità di cui hanno approfittato anche società italiane. Ma si tratta anche di una polemica strumentale perché l'attacco contro il Lussemburgo è in realtà un attacco contro Jean Claude Juncker, attualmente presidente della Commissione Europea, ex primo ministro lussemburghese ed ex presidente dell'Eurogruppo. 

Come fai tu, è il nocciolo della domanda a Juncker, a chiedere a tutti i governi europei il rigore nel controllo dei conti pubblici, quando per anni hai permesso che il tuo Paese sia stato lasciato operare come un vero e proprio paradiso fiscale? Un Paese, hanno insistito i critici, soprattutto i politici di governo di Paesi super indebitati come l'Italia (vedi appunto Renzi) che rappresenta una vera e propria anomalia all'interno dell'Unione europea e dell'Eurozona. Di conseguenza, attaccando Juncker si vuole attaccare Angela Merkel che ne è stata la grande elettrice. 

Juncker rappresenta infatti in Europa la longa manus della Germania e come tale farà ben pochi sconti a quei Paesi che non sono in grado, come appunto l'Italia, di tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici. Dal punto di vista della Commissione e della Merkel il ragionamento è ineccepibile. Avete firmato accordi internazionali che vi impegnano a seguire una ben determinata politica economica. Se non vi riuscite è un problema vostro. Dovete fare i compiti a casa. Ridurre la spesa pubblica improduttiva, ridurre il debito pubblico a livelli accettabili (il tetto ideale è stato indicato al 60% del Pil, ma chi ci potrà mai arrivare, quando una Italia sta al 135?) e azzerare il disavanzo. Come farlo spetta a voi. 

A Bruxelles e a Berlino poco importa che la recessione in corso in tutta Europa, con un crollo verticale delle entrate fiscali e contributive, abbia di fatto reso impossibile aggiustare i conti pubblici. Gli impegni presi vanno rispettati, hanno tuonato la Merkel e a ruota Juncker. Anche la richiesta fatta dall'ex boy scout di non considerare nel calcolo del disavanzo le spese per investimenti infrastrutturali, è stata rispedita al mittente. Figurarsi. I noti ritardi italiani nel realizzare un'opera pubblica dimostrano, agli occhi dei tedeschi, che la richiesta è in realtà una scusa per spendere e per spandere e per foraggiare le varie clientele politiche che restano sempre più che mai voraci. La polemica di Renzi contro la burocrazia e la tecnocrazia “ottuse” di Bruxelles sono state infatti accolte all'insegna del più classico: “ragazzino, lasciaci lavorare”. 

Non che Renzi non abbia ragione nel merito, ma è il pulpito da cui parla a lasciare gelidi i suoi interlocutori. Appare così quanto mai spassoso, e al tempo stesso inquietante, che diversi esponenti del PD, che evidentemente annusano il malumore dei cittadini e l'ostilità crescente verso la moneta unica, abbiano prospettato lo scenario di una uscita concordata dall'euro di tutti i Paesi membri. Inquietante, perché la moneta unica viene percepita ormai anche dai suoi ex fautori come una palla al piede per l'economia europea, in quanto ha reso i prodotti europei troppo cari rispetto a quelli della concorrenza internazionale, e quindi meno competitivi. 

Resta il fatto che i politici europei al G20 in Australia a Brisbane, hanno parlato solo di sfuggita di evasione e di elusione fiscale, accordandosi per un non meglio specificato (ovviamente) impegno a "crescere del 2.1% entro il 2018"...

 La polemica contro Juncker, nata nell'Eurozona, appare così assolutamente fuori luogo e controproducente. Sono infatti altri e per importi molto maggiori, e tutti guarda casa sotto la sovranità e sotto il controllo di Gran Bretagna e Stati Uniti, i paradisi fiscali dove molte società hanno la propria base fiscale ed operativa e dove transitano giornalmente miliardi di dollari e di sterline, molto spesso frutto del traffico di stupefacenti. In Europa le isole di Guernsey e Jersey, nei Caraibi le Cayman e le Bermuda, tanto per citare i più noti. 

Di conseguenza, andare a mettere sotto accusa il Lussemburgo, che fu uno dei sei Paesi fondatori dell'Unione Europea, potrà anche essere giusto dal punto di vista dell'etica ma ha il significato di darsi la zappa sui piedi da soli. Quando altri Paesi utilizzano mezzi e mezzucci per mantenere il proprio potere e fare i propri interessi, è deleterio che proprio noi europei, che siamo concorrenti di Usa e Gran Bretagna, ci mettiamo a fare i verginelli della finanza. Sempre ammesso, e non concesso, che sia giusto rimanere nella logica di pensiero che guida l'Unione.

Irene Sabeni

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