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Altre vite: dal terremoto alla libertà

A Riccardo, il 6 aprile del 2009, alle ore 3:32 di notte precise, è crollato il mondo addosso. Letteralmente. La vicenda generale è nota, è apparsa su tutti i giornali e le immagini tremende sono state diffuse da tutti i telegiornali. Almeno il tempo per il quale la notizia, come si dice in gergo, ha “tirato”. Poi il tutto è uscito di scena, salvo sporadici aggiornamenti più che altro relativi alle immonde vicende giudiziarie di una delle ennesime tristezze del nostro Stato assente, quando non presente in modo criminoso, nelle vite dei cittadini.

A L’Aquila ci sono ancora macerie, nel centro storico. E la situazione rimane immobile e polverosa a tempo indeterminato. 

In quanto alla vicenda personale di Riccardo McOtter (non ci si lasci trarre in inganno dal cognome, in quanto si tratta di un abruzzese doc) lasciamo al lettore interessato la possibilità di scoprirne i pensieri più intimi nella lettura del libro che ha pubblicato qualche mese addietro (e che trovate qui, attraverso il suo blog). L’aspetto che ci ha interessato maggiormente, e che poi è il motivo per il quale gli abbiamo richiesto una intervista, è quello relativo alla reazione che ha avuto dopo un evento così traumatico. Un evento, forse superfluo sottolinearlo, che ha comportato una rivisitazione complessiva della sua vita.

Riccardo per lavoro comperava, restaurava e rivendeva immobili. Tutta la sua attività, oltre alla sua casa, sono crollate assieme alle macerie. E quel terremoto naturale è divenuto fatalmente anche interiore, sovvertendo l’ordine esistente e creando la necessità di inventarne e costruirne uno completamente nuovo. L’aspetto più importante, che abbiamo colto nella lettura del suo libro e che è stata confermata dall’incontro che abbiamo avuto recentemente, è relativo al fatto che da una situazione di annientamento Riccardo ha trovato forza, coraggio e determinazione non solo per rimettere in discussione la sua vita personale, ma anche come essa possa svolgersi all’interno di uno mondo, di un sistema, che evidentemente sentiva dentro di sé come inadeguato già prima del terremoto. Quell'evento, insomma, è stato un detonatore.

Abbiamo incontrato Riccardo in una area di sosta per camper a Chieti, in Abruzzo. Una «area di sosta da non utilizzare, soprattutto di notte, poiché mal frequentata. Con annessi e connessi di criminalità». Fortuna che, ci conferma, per il resto «in Abruzzo e quasi ovunque - se facciamo eccezione ad alcuni punti e si prendono le giuste misure di cautela - la vita che prima sono stato costretto a fare e che poi ho scelto di continuare si può svolgere tranquillamente».

“Casa mia. Quattro anni su quattro ruote”: è questo il titolo del libro. Riccardo vive da anni nel suo camper. Sostando principalmente in Abruzzo o girando l’Europa. «Per ora la mia scelta è confermata, non so se sarà così per sempre, ma anche adesso che alcune cose relative alla mia abitazione di L’Aquila sono risolte, non torno indietro. Non del tutto. Vivere in camper si può. E per ora continuo a preferirlo».

Dunque trenta anni, la passione di scrivere, un lavoro per vivere e una casa. E poi più nulla. Tranne quella voglia di scrivere che proprio da quel terremoto ha trovato le condizioni per potersi rendere manifesta. Dal rischio reale di morire al riscoprirsi vivo, e dunque a una vera e propria rinascita.

«Mi erano sempre piaciuti i camper, e pur non avendo mai provato una cosa del genere (mia madre non voleva sentirne parlare neanche per usarlo per le vacanze) dopo i primi giorni di smarrimento in seguito a quella notte ho pensato che potesse essere una scelta quanto meno possibile. Da allora è diventata la mia casa. E pur con le difficoltà che una vita del genere comporta, continuo a sceglierlo ogni giorno».

Si tratta, come si vede, di un cambiamento radicale di vita. Originato da una condizione di necessità ma poi abbracciato. Naturalmente non è nostra intenzione opinare su una scelta del genere, né avallarla in qualsivoglia modo, ma nella ripetitività ossessiva delle scelte operate dalla quasi totalità delle persone ci incuriosisce molto chi percorre strade differenti. In ogni caso.

Dunque, come è vivere in camper, senza fissa dimora, per scelta? Dal lungo colloquio che abbiamo avuto possiamo impostare il tutto in due ambiti. Il primo di carattere pratico. Il secondo, cosa che ci interessa maggiormente, di carattere esistenziale. Per quest'ultimo, anticipiamo, abbiamo trovato in Riccardo una finezza di pensiero non comune, e soprattutto alcune convinzioni decisamente equilibrate, lontane dunque da affermazioni inerenti questo tema, che pure circolano su internet e in vari forum, di invasati di una scelta del genere. Riccardo ha oggi la consapevolezza di una esperienza di lungo periodo dalla quale, dopo essersi sedimentata naturalmente, può trarre delle somme complessive molto profonde. E molto utili.

E poi, naturalmente, abbiamo affrontato anche la questione economica di una vita di questo tipo, soprattutto se rapportata a quelle comuni: per intenderci, ad esempio, a quella di chi conduce una vita "normale" in un appartamento, in affitto, di proprietà, o con il mutuo ancora da pagare che sia. E secondo questi casi, ovviamente, le cose cambiano sensibilmente.

Partiamo proprio da qui, anzi, per soddisfare i quesiti più immediati. Quanto costa vivere in camper?

«Ho vissuto per anni, assieme alla mia compagna, dalla quale non mi separo mai quasi fossimo gemelli siamesi, con 500 euro al mese. Certo, allora (le cose ora sono cambiate, economicamente, e migliorate, per RIccardo N.d.R.) prima di concederci un gelato dovevamo pensarci mezz'ora. E in quegli anni non abbiamo comperato praticamente nulla oltre a ciò che ci serviva per vivere, cioè principalmente cibo e carburante per il camper e soprattutto il riscaldamento nei mesi invernali, e ci è pesato, sarebbe ipocrita nasconderlo, ma poi ci siamo abbastanza abituati».

«Non si tratta di una cifra irrisoria, anzi. A parte quello che ho detto, non ci è mancato praticamente nulla. E del resto è facile capirlo: c'è gente che vive in coppia con 1000 euro al mese, e da questo denaro deve  tirare fuori anche il costo dell'affitto, magari di un monolocale o di un bilocale».

E in camper, dunque, le spese quali sono? Riccardo ha vissuto praticamente sempre in sosta libera, tranne che in alcuni casi in cui ciò non era possibile per motivi di sicurezza: i posti dove è sconsigliato sostare liberamente sono sempre gli stessi, e nel suo blog ci sono diversi articoli su come e dove sostare e soprattutto dove non lo si deve fare. Ma in Italia, tranne alcuni casi, e soprattutto in Abruzzo e nella sua L'Aquila, non vi è alcun problema.

«A L'Aquila c'è una area di sosta gratuita a 50 metri dalla Questura, con acqua potabile e pozzetti di scarico. Sicurezza assoluta. Ma in tema di soste devo ammettere che qualche volta sono veramente andato oltre i limiti del buon senso, soprattutto all'inizio: fin dentro ai boschi, in posti isolati decine di kilometri dal primo centro abitato. Ecco, forse è un po' troppo. Ma per il resto, ogni 30 o 40 kilometri ci sono aree di sosta riservate ai camper - almeno al Centro e al Nord, un po' meno al Sud - con tutto ciò che serve».

Dunque costo zero. E costo zero per scaricare i serbatoi delle acque grigie e di quelle nere (il wc) e per ricaricare quello dell'acqua potabile. 

E per l'elettricità? 

«D'Estate non c'è problema: bastano i pannelli solari sul tetto. Il sole ti dà energia gratis, e le utenze del camper, ivi incluso un pc acceso otto ore per lavorare al mio sito o per scrivere il mio libro, così come la televisione accesa la sera, non comportano alcun problema. D'Inverno le cose si complicano. Il sole almeno dalle mie parti non ce la fa. Si può risolvere il tutto con un generatore di corrente, che va a gasolio o a benzina, oppure con uno strumento per tenere in carica le batterie (cioè una pila a combustibile), ma insomma qualche problema in più c'è. A meno di non percorrere alcuni kilometri al giorno per ricaricare il tutto durante la marcia».

Riscaldamento?

«Ecco il vero problema con maggiore incidenza economica. Dalle mie parti è freddissimo. A L'Aquila già da fine ottobre e fino ad aprile la notte la temperatura scende sino a zero - d'Inverno poi molto, molto di più - con la dotazione del camper, per mandare l'impianto di riscaldamento, che va a gas, ci sono delle bombole da 10 kg di propano (che d'inverno non gela) che costano non meno di 20 euro. Con una bombola, se fa veramente freddo, non ci fai più di tre giorni. E dunque alla fine, dai conti che ho fatto, scaldare un camper da 12 metri quadrati costa quanto scaldare un appartamento di 40 metri quadri».

Molti fulltimers, infatti, in Inverno fanno rotta verso Paesi, o zone d'Italia, dove il clima è più mite, proprio e soprattutto per risparmiare sul riscaldamento. Ma certo chi deve sostare in un luogo obbligato perché magari ha un lavoro fisso in loco, può avere diversi problemi. D'Estate invece è tutto non solo molto più semplice, ma anche gratificante: basta spostarsi in montagna per lasciare a valle l'afa e le zanzare.

Rimaniamo ancora un po' sui costi, prima di passare oltre, agli aspetti a nostro modo di vedere più interessanti. Dunque, conti alla mano, quanto si spende rispetto a una abitazione? O meglio: è possibile fare dei raffronti?

«Possibilissimo. Ma vanno valutate molte cose ulteriori per avere un quadro chiaro. In camper si spende molto praticamente solo per il periodo in cui è necessario il riscaldamento. Per il resto le spese di gestione, che potremmo paragonare alle "bollette di casa", sono veramente irrisorie». Con la stessa bombola da 10 kg - rammentiamo: circa 20 euro - se la si usa solo per cucinare e per il boiler dell'acqua calda si può andare avanti per venti giorni.

«Il risparmio enorme è comunque altrove. Ad esempio, se si riesce a fare a meno di una automobile, che oggi, tra svalutazione, bollo, assicurazione e manutenzione, non costa meno di 300 euro al mese. Io ho solo il camper e mi muovo a piedi o con i mezzi per raggiungere il centro dei luoghi in cui mi devo recare (o da poco tempo con una vecchia automobile della mia ragazza, che usiamo sporadicamente). Altri usano un motorino che si può trasportare con il camper. Altri ancora la bicicletta e qualcuno addirittura il monopattino... Ma il vero punto da considerare è un altro, ed è relativo all'immobile».

Di proprietà o meno, supponiamo, le cose cambiano molto.

«Sì, e non solo. Partiamo da una nota dolente: un camper negli anni si svaluta con certezza (e ciò significa che è buona norma mettere via ogni mese una quota di denaro pro-svalutazione) mentre una casa, al di là delle crisi immobiliari, si "suppone" (questo "suppone" lo dice con un sorriso, N.d.R.) che non perda troppo valore o che addirittura ne acquisisca con il tempo».

Giusto, ma i costi sono comunque molto differenti.

«Esatto. Quanto costa un appartamento e quanto un camper? Già con un mezzo usato ma adattissimo per viverci si spendono non più di 20 mila euro. E c'è gente che vive in mezzi molto vecchi pagati 5 o 6 mila euro, che pur non avendo i comfort di un camper moderno hanno però tutte le funzionalità per cui sono stati creati. Un bilocale, invece, per piccolo, malandato e in periferia degradata che sia, quanto costa?».

I calcoli ognuno tra chi legge può farli facilmente. Anche considerando l'acquisto di un camper moderno e con tutti i comfort relativi a coibentazione e impianti e motore, per di più nuovo - cioè circa 60-80 mila euro - il confronto con un appartamento (e anche mini) in una qualsiasi città italiana non regge. 

«E poi c'è il problema della manutenzione. Per un camper costa, ovviamente, ma costa sicuramente meno rispetto a quello di una casa. Se devi rifare delle finestre a una casa, o addirittura un tetto, i costi non sono neanche paragonabili».

E poi c'è sopra ogni altra cosa il fattore proprietà. 

«Se hai una casa già interamente tua non paghi affitto o mutuo, ma solo manutenzione. Che non paghi se sei in affitto, naturalmente. Ma se prendiamo un qualsiasi canone di locazione, per non parlare di una qualsiasi rata di mutuo, i conti sballano, e di molto, ancora una volta».

Oltre alle tasse, naturalmente. Imu, Tasi e Tari da una parte (oltre sempre alle bollette, all'acqua e a tutto il resto) a fronte di 50 euro di bollo e 300 euro di assicurazione annua (un camper paga così, esattamente).

E allora tiriamo le somme: dal punto di vista economico, se si ha una casa di proprietà è ancora possibile fare qualche confronto che tenga e che possa generare se non altro una scelta. Se si è in affitto o si paga un mutuo, è persino superfluo fare i conti. Sempre parlando solo dell'aspetto economico, naturalmente.

Discorso molto differente, è chiaro, per tutto il resto.

«Alla mia compagna manca la comodità di una cucina domestica. E un po' si lamenta, talvolta, perché lavare i piatti non è proprio agevole. Non abbiamo una lavatrice a bordo, anche se conosco gente che sul proprio camper ha installato addirittura quella, oltre all'asciugatore e anche una stampante. E dunque si usano le lavanderie self service, ogni tanto». E a te, invece? «A me non manca nulla. All'inizio non ero affatto sicuro che ce l'avrei fatta a vivere in così poco spazio, ma alla fine ti abitui senza grossi problemi. Non credo di poter vivere tutta la vita in camper, sia chiaro, anche se c'è gente che ci vive da venti anni e più, ma insomma, per ora è così».

Dunque per spazio, comodità, e oggetti da tenere a portata di mano?

«È  una cosa soggettiva. Io scrivo, e suono una tastiera per hobby. Certo suonassi la batteria avrei qualche problema, ecco perché dico che è una cosa soggettiva, ma per il resto, sul serio, una delle cose che ho scoperto solo vivendo una vita del genere è che quelle che possono sembrare limitazioni (e forse lo sono, certo) diventano in realtà delle scelte virtuose. Non hai acqua infinita: impari a economizzare. E lo stesso per l'elettricità. Non ho più l'home theatre che avevo a casa, e nemmeno il proiettore per vedere i film, ma solo un televisore da 17 pollici: non è una gran perdita. Almeno per me, ribadisco. Vestiti? Ti accorgi presto che sul serio ti serve veramente poco e che prima, quando vivevo a casa, pur avendo tantissima roba (ora in buona parte rubata: si sono introdotti ripetutamente in una casa pericolante per rubare addirittura una tenda della doccia e le prese elettriche al muro...) ne usavo veramente poca».

Facciamo notare a Riccardo la ben nota legge di Pareto, quella dell'80-20, che si può applicare praticamente a ogni aspetto della vita. In questo caso: il 20% delle cose che hai lo usi per l'80% delle volte. E Riccardo la conosce, l'ha già fatta sua. E ci sorride. Ma soprattutto iniziamo a scoprire il resto, che ci pare ancora più interessante.

«Faccio un bilancio di ciò che ho perso, certo. Ma devo fare un bilancio anche di ciò che ho acquisito. Che è stato molto di più».

Alt, qui devi spiegarci. Hai tutto il tempo che vuoi. E Riccardo parte per un monologo, niente affatto retorico, niente affatto etereo. Ma solido, ponderato, equilibrato.

«È  stata una scelta di vita. In quattro anni ho vissuto quasi sempre in camper, con periodi continuativi di anche nove mesi. C'è stata una parentesi invernale alle Canarie, dove abbiamo vissuto in un appartamento con veramente poco. Soluzione economica e anche piacevole, ma avevo sottovalutato l'aspetto di essere comunque in un Paese che non è il tuo. La lingua, le abitudini, il cibo, ma anche la semplice architettura locale: l'Italia è casa mia, l'Abruzzo lo è. Magari qui le cose non funzionano come in Trentino, ma io amo questi posti. Abitazione o camper che sia».

«Certo, ogni giorno, con il camper, puoi essere in un posto differente. Ed è una cosa bella. Poi però c'è il rovescio della medaglia. L'essere umano è strano. Qualche volta sento la necessità della stabilità, la familiarità con un luogo, che in camper almeno in parte perdi. Dall'altra parte la stabilità si trasforma in staticità, e torna la voglia di libertà, dell'imprevisto, della varietà».

«L'uomo è un essere estremamente complesso. Ci si abitua a tutto, oggi, e anche se non si mette a fuoco un malessere che si avverte, questo prima o poi presenta il conto. Altrimenti non si spiegherebbero persone anche molto ricche che però cadono in depressione. Si pensa, generalmente, che siano prioritari una casa, una automobile, ma non serve andare a scavare filosoficamente, basta la mera psicologia: tante persone sono depresse e non capiscono il perché. Evidentemente gli manca qualcosa, questo il punto. Non sanno esattamente cosa, ma qualcosa manca. Ecco, io attraverso questo evento traumatico ho trovato risposte a vuoti che prima avevo e non sapevo coscientemente di avere. Tanta gente si dispera per un licenziamento, invece magari attraverso un cambiamento radicale trova la risposta.  Non so se sarei mai riuscito a scrivere un libro così come avevo sempre sognato se non fosse successo tutto quanto. 

L'essere umano non è matematica, è molto più complesso di quanto si possa pensare. Sia chiaro, io detesto gli invasati, quelli che attraverso alcune esperienze (e ne "incontro" parecchi anche sul mio blog o in vari forum) sono pronti a giurare di aver capito tutto, di aver scoperto tutto e di avere avuto l'illuminazione neanche fossero tornati dall'India con la patente di guru e si permettono anche di dire al resto degli altri che si tratta di fessi a non avere ancora intrapreso la stessa strada.

Una scelta di questo tipo, che sia stata imposta o abbracciata ha dei prezzi, e deve essere valutata caso per caso».

«È chiaro che c'è un risparmio, ma è chiaro che ci sono anche disagi. Se io avessi deciso di vivere nell'unico immobile che mi era rimasto non sarei riuscito a sopravvivere. Invece da quella modestissima rendita sono riuscito a vivere. A fare questa esperienza, e a scoprire cose cui non pensavo minimamente».

Ad esempio?

«La cosa più positiva è quella che immaginavo essere la più negativa: non ho un punto di riferimento stabile, mi sento quasi un vagabondo, ma questo è stato ciò che mi ha permesso di fare alcune scoperte. La prima volta che sono salito con il mio camper in montagna, proprio nel bosco in cui andavo spesso per fare escursionismo, e mi sono reso conto che mi stavo portando la casa dietro non mi sembrava vero. Figuriamoci il giorno dopo quando ho aperto la porta e mi sono scoperto in mezzo al bosco. Un paradiso.

Di contro è chiaro che vivere in questo modo ha alcuni aspetti che alla lunga logorano un po'. Ripeto, dal punto di vista pratico nulla di negativo, se inizi a far diventare abitudini alcune cose che necessita una vita del genere, come il carico e lo scarico dell'acqua, ma insomma, avere comunque un punto fisso di riferimento è un approdo cui penso si debba arrivare».

Una idea, la buttiamo noi sul tavolo: acquistare un terreno anche agricolo per poter avere uno spazio proprio dove sostare.

«Può darsi. In quel caso vai in giro quando vuoi ma poi sai che puoi tornare in un luogo tuo in ogni momento. Ma uno dei punti fondamentali, su questo voglio essere chiaro, è che una scelta di questo tipo deve essere valutata in modo preciso sulle proprie attitudini e sulle proprie esigenze imprescindibili».

Facci qualche esempio. Qualche consiglio per chi stia pensando, anche ipoteticamente, a una cosa del genere.

«Intanto chiedersi a fondo quali sono i reali motivi che spingono in una direzione del genere. E se possibile fare una prova. Se si ha una casa di proprietà, non venderla, e non affittarla. Solo per qualche mese provare in camper, o con un noleggio, anche se sono molto costosi, o anche con un mezzo usato di poche migliaia di euro. Le risposte che si cercano arriveranno presto»·

«E ancora: valutare a fondo come continuare la propria professione. Spostamenti, soste. E capitolo figli, naturalmente: io non ne ho, ma temo che in quel caso sia una strada impossibile, o molto difficile, da intraprendere».

Stavamo per salutarlo, ma Riccardo ha voluto aggiungere ancora una cosa. Importante.

«Il problema, nel nostro Paese, che è per abitudine conservatore se non proprio oscurantista, è essere diversi. È  fare scelte diverse. Negli altri Paesi non è così, ma da noi chi vive in questo modo è visto quasi con disprezzo. E qualcuno può avere paura di essere giudicato. Su basi del tutto sbagliate, naturalmente. L'equazione classica è la seguente: vive su un camper, dunque è povero, anzi, un "poveraccio".

Magari sei uno che ha scelto una vita del genere su un motorhome (particolare camper, molto costoso ed evoluto, N.d.R.) da 100 mila euro e passa e vieni giudicato da chi vive in un bilocale in affitto in periferia, o con 30 anni di mutuo da pagare, il cui orizzonte si limita unicamente a lavorare le ore necessarie per potersi permettere di pagare le bollette»·

È sempre il solito punto: la diversità, in generale, nel nostro mondo è mal vista, soprattutto nei casi in cui si incontra qualcuno che non solo vive in modo diverso ma che è la prova vivente che ciò è possibile. Questo mette automaticamente gli altri sulla difensiva, se non sulla piena ostilità: perché gli altri si autoconvincono che una vita diversa non sia possibile, e nel momento in cui invece hanno di fronte qualcuno che gli dimostra che si può, ci si sente automaticamente menomati, cioè incapaci a fare ciò che altri dimostrano invece di essere capaci di fare.

Quest'ultimo ragionamento è il nostro. O meglio, proviene dai più elementari studi di psicologia. Ma Riccardo prima di lasciarci ci tiene a precisare una ultima cosa: «Io non voglio convincere nessuno. Sostengo solo che una scelta del genere è possibile. Sul mio blog spiego tutto per filo e per segno. E ci sono anche altre testimonianze. Nel mio caso è stata praticamente obbligatoria, all'inizio. E ora continua a essere una scelta. Dunque chi ha curiosità può trarre qualche risposta dalla mia esperienza. Confermo: si può fare».

(Qui il suo blog)

Valerio Lo Monaco

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