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Ma guarda. Niente “Freedom Act”, negli USA

Imprevisto? Non proprio. Incidente di percorso? Neanche un po’. Il fatto che il Senato USA abbia affondato la riforma della National Security Agency promossa da Obama, raggiungendo solo 58 dei 60 voti necessari all’approvazione, può sorprendere solo chi si fermi alla superficie delle cose. Ovvero ai singoli episodi, o tutt’al più alle singole vicende, della politica statunitense.

La questione, nel caso specifico, è sotto i riflettori da oltre un anno e qui in Italia è stata ribattezzata “Datagate”. È la questione, sollevata dalle rivelazioni di Edward Snowden, degli esorbitanti controlli effettuati dall’intelligence USA sulle comunicazioni telefoniche e informatiche, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali. I quotidiani The Guardian e Washington Post ne hanno ricavato un Pulitzer ex aequo per le loro inchieste, nella sezione “Public Service”. Snowden ha dovuto rifugiarsi in Russia, con un permesso di asilo temporaneo che nell’agosto scorso è stato rinnovato per tre anni, dopo una fuga rocambolesca che lo aveva portato dapprima a Hong Kong e poi a rimanere bloccato nella zona di transito dell’aeroporto internazionale di Mosca.

Quanto ai veri responsabili – degli abusi, anziché della loro denuncia – il problema è stato quello di trovare delle contromosse. Da un lato per contenere i danni di immagine, nell’ambito della consueta pantomima democratica in cui i governi occidentali sono chiamati, di tanto in tanto, a rendere conto alla cosiddetta opinione pubblica delle loro losche manovre attuate dietro le quinte. Dall’altro per poter continuare imperterriti a svolgere più o meno le medesime attività di spionaggio di cui si sono avvalsi, nella loro ricerca parossistica, e cinica, del maggior numero possibile di informazioni riservate. Informazioni che vanno enormemente al di là di una ragionevole prevenzione delle azioni illegali avviate da chicchessia contro gli interessi USA, per espandere invece a dismisura il principio di difesa preventiva e trasformarlo nell’architrave, e nell’alibi, di un monitoraggio su vastissima scala che travolge il concetto di privacy e spiana la strada all’elaborazione di ogni sorta di dossier. E ai relativi ricatti.

Che non vi sia alcuna autentica volontà di ravvedimento lo attestano, del resto, le retoriche e altisonanti denominazioni che vengono attribuite di volta in volta alle normative che disciplinano il settore. All’origine del dilagare dei controlli governativi ci fu il famigerato Patriot Act del 26 ottobre 2001, sfornato a tempi di record dall’Amministrazione Bush in nome della eccezionale emergenza connessa agli attentati dell’Undici settembre e mai più abrogato. A prometterne una revisione è sopravvenuto questo Freedom Act che non ha ottenuto il via libera dal Senato Usa.

Da una parte il richiamo alla Patria. Dall’altra quello alla Libertà. In entrambi i casi due elementi cruciali della mitologia USA. La democrazia si proclama sempre e a gran voce. La tirannia si esercita solo occasionalmente e comunque a fin di bene.

Il rischio, per non dire la certezza, è che paradossalmente i grandi scandali  servano a evitare di mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso. Si discute dei singoli vizi e intanto, però, si continua a dare per scontato che siano soltanto delle patologie limitate che si sviluppano, ahimè, in un organismo che è e che rimane fondamentalmente sano.  

Si disquisisce delle zone d’ombra, e lì ci si ferma. Come se non ci fosse alcun bisogno, nemmeno dopo tutto ciò di cui gli USA si sono macchiati in passato, di ampliare il discorso. Come se quello che c’è intorno ai buchi neri delle agenzie di intelligence, più o meno segrete, più o meno scorrette, fosse un’immensa distesa di luce calda e rassicurante e benefica.  

Federico Zamboni

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