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Paolo Conte, un Maestro dell’altrove

Siamo in pieno Novecento, lungo una sera squisitamente francese. Lei, bella, sì, ma ancora di più affascinante, è già nota al grande pubblico che ne ascolta il canto. Tra i tanti, ad ammirarla, c’è pure Lui che oltralpe è ancora un esordiente, se mai lo è davvero stato. Si esibirà soltanto dopo di lei; intanto, però, si lascia catturare dall’incanto.

Durante l’esecuzione, i due si guardano di sfuggita e si fiutano, possibili amanti.

Dopo il concerto, lei, Françoise,  lo va a trovare nel suo camerino. Non dice quasi nulla, solo gli porge una sigaretta; e lui, Paolo, rapito, tace del tutto, solo le porge un bicchiere di vino bianco secco. 

Si guardano ancora e quel possibile degli amanti svanisce una volta e per sempre. Eppure, eppure tra loro non accade nulla: lei uscirà a breve dal camerino e da quella vita – ha un fidanzato che l’attende – mentre lui ha una moglie stanca che lo aspetta in una camera d’albergo.

Poco dopo, lui raggiunge la consorte, ormai addormentata, per tentare il sonno, ma si gira e si rigira braccato dal turbamento dell’incontro, che perdura e perdurerà. Arreso, si alza, si riveste in fretta e ritorna al teatro, dove gli operai stanno smontando il palcoscenico; a presenziare, nero e solitario, resta però il pianoforte: il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. 

È lì, «dentro tutto quel buio», che si succedono urgenti le prime note di “Gioco d’azzardo”

Non si rivedranno più, lei e lui, e sarà un successo di canzone, tutto quello struggimento in una sera soltanto.

Questo è un aneddoto, ma prima ancora è un alibi per parlare di quel Paolo Conte – così difficile da raccontare – che dallo scorso ottobre fino a inizio dicembre presenta, in pochi teatri italiani (Bologna, Parma, Milano, Roma), “Snob”, la sua ultima avventura esotica.

Tra i quindici nuovi brani dell’album spicca “Argentina”: varrebbe senz’altro la pena di reincarnarsi in tanta malinconia, in tanto cielo da migranti, in tanto miraggio perduto, pur di sentirsi invocare in modo così greve e sensuale.

Andare a un suo concerto crea sempre un certa conseguenza visionaria: esci e lo rivedi entrare in scena senza proferire parola – quello che andrà a dire lo dirà tra sé e sé, lontano dal microfono – ma sembra che a lui certe “confessioni” con il pubblico non servano affatto. La sua faccia sempre accartocciata, grinzosa, tigrata – mai parsa giovane neanche in gioventù – è saluto, cenno e cospetto; le sue mani, come slegate a planare nel volo, fanno orchestra; la sua voce è corpo; il suo canto è sempre letteratura. 

Sarà il consueto gesto di tagliarsi la gola a decretare la fine di una serata che, pur se felsinea, sembra perfettamente francese per quella foschia, fitta e bella, che spesse volte si insinua tra noi e la vita. 

Per ammissione dello stesso Conte, infatti, è piena Francia l’allure – un sentimento d’altrove – di cui lui si ammanta e che fin dagli esordi mette in opera. È l’audace altrove di chi sogna, e racconta persino, un’epoca senza averla mai vissuta, dei luoghi senza mai esserci stato, una donna senza averla mai posseduta. 

Pare quasi essere una bramosia non del presente, ma dell’assente, a muovere il cantautore astigiano, che gioca di calembour e di enigmistica, di grottesco e di molta molta poesia per imbonire, e forse camuffare questo cafard, questo magone, privato e caro come un affetto antico.

Paolo Conte non è come altri nostri cantautori, che, seppure eccelsi, non hanno comunque potuto fare a meno di indicare una buona via da intraprendere, un bel fine da perseguire, una giusta prospettiva da cui osservare. Lui, solista com’è, non è un dissidente né un rivoluzionario, non polemizza e non insegna, perché non partecipa mai al consunto gioco delle parti, in cui il protagonista assomiglia sempre di più all’antagonista e viceversa; probabilmente, ancora una volta, a causa di quella distanza sentita che porta in sé la visione, incautamente solitaria, come ogni autentica ricerca. Poco gli importa dei proseliti. 

Accade tuttavia qualcosa di eclatante, durante i suoi concerti: dopo le prime canzoni, il pubblico acclama lui e solo lui; ma alla fine applaude e scoppia in un “bravi” rivolto all’orchestra tutta.

Ecco, allora, che Conte una lezione geniale – perché avviene, silenziosissima, durante l’esecuzione musicale – ce la lascia: ci siamo noi di fronte alla vita, che non è il resto, ma il tutto. 

Speriamo che il Maestro ce le suoni ancora a lungo, queste parole non dette.

Fiorenza Licitra

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