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Il papa, la Chiesa: appelli infiniti, dilazione eterna

Avete due minuti? Vi chiediamo di fare finta di essere qui in redazione e di dover scegliere un singolo termine per definire il/la xxxxxxxx del papa a Strasburgo, nella mattinata di ieri. Oppure un intero titolo. Repubblica.it, ad esempio, era incline all’enfasi e ha scodellato questo: «Il Papa ‘conquista’ Strasburgo: “Europa ruoti sulla sacralità della persona, non sull’economia”». Il sommarietto sottostante era, manco a dirlo, altrettanto celebrativo: «Standing ovation degli eurodeputati al termine del discorso di Bergoglio al Parlamento Ue. Il Pontefice ha posto l'accento sul lavoro: "È necessario ridargli dignità. Coniugare flessibilità e stabilità"».

Che meraviglia. Il papa (se scritto con la maiuscola è segno di rispetto, se con la minuscola è indice di lucidità) sciorina i suoi auspici edificanti e la platea di turno si comporta a puntino. Applausi a distesa. Di più: tutti in piedi. Per la succitata standing ovation. Che non è proprio uno sforzo sovrumano, o anche solo un omaggio così raro da possedere il crisma, sia pure pop, dell’eccezionalità, ma che resta il “top” del consenso in versione mediatica, dai templi della lirica fino alle sagrestie televisive, passando per ogni recinto in cui ci sia un evento o un personaggio da acclamare. Parafrasando il De Gregori, fulminante, di Venite bambini parvulos, «qualsiasi tipo di istupidimento ha bisogno della sua claque».

Ma andiamo con ordine (mentre voi continuate a pensare alla sintesi ottimale che utilizzereste per). Francesco esordisce così: «Desidero indirizzare a tutti i cittadini europei un messaggio di speranza e di incoraggiamento». A poterlo fare lo si sarebbe dovuto fermare all’istante, per quello che altrove si definirebbe “un chiarimento a verbale”. «Perdoni l’interruzione, Eccellenza, ma prima di lasciarla proseguire abbiamo necessità di domandaglielo: Lei ritiene davvero che i qui presenti deputati, nonché i qui assenti politici e finanzieri e speculatori e supermanager, siano persone in buona fede alle quali è scappato di mano il controllo della situazione? Non la sfiora nemmeno lontanamente il sospetto che invece la realtà odierna, all’insegna del Dio Denaro e della sopraffazione a tutto campo, sia proprio quella che essi hanno perseguito e continuano a perseguire, chi più e chi meno, in maniera deliberata e cinica e sprezzante?».

È qui il nodo. È nella verifica preliminare, e determinante, della prospettiva in cui ci si pone davanti al mondo contemporaneo. Ossia nei confronti dei gruppi dirigenti, e dei loro numerosi collaboratori ufficiali e ufficiosi, espliciti od occulti, che ci hanno spinti con ogni mezzo nelle trappole della globalizzazione e della famigerata “economia di carta”. Quella che alla fine dell’anno scorso è arrivata a essere 13 volte superiore al Pil mondiale e che  dilaga ovunque, senza più nessun ancoraggio tanto nelle attività produttive, benché votate al consumismo e imperniate sul mito delirante della crescita infinita, quanto nelle, pur opinabilissime, riserve auree delle banche centrali.

Fingere che tutto questo sia soltanto il frutto di disattenzioni e di equivoci, benché ripetuti sino al punto di diventare abituali, significa alimentare la mistificazione fondamentale dell’Occidente liberaldemocratico, da cui discendono le innumerevoli altre. «I grandi ideali che hanno ispirato l'Europa – sottolinea il papa, di fronte ai suoi contriti agnellini che però il seggio a Strasburgo non se lo sono certo assicurati, mediamente, in forza delle loro doti morali – sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni».

Ohibò. La colpa non è mica del quartier generale che ha deciso quale guerra fare e come condurla. Niente affatto. La responsabilità è di quella manica di incompetenti che si fanno prendere la mano dalle procedure.

Dobbiamo dire “amen”, Santità?

Federico Zamboni

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