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M5S nella tempesta. Perché la confusione genera infezione

Preliminarmente: non c’è proprio nulla di cui gioire, per i ripetuti e crescenti scricchiolii che arrivano dal MoVimento 5 Stelle. Tra i diversi litiganti, infatti, l’elemento comune sembra essere simile. La mancanza di una piena limpidezza sia nelle motivazioni che nei comportamenti, in un sovrapporsi di zone d’ombra che non permette nemmeno lontanamente di riconoscere con certezza dove siano le ragioni e dove i torti. Chi siano i buoni e chi i cattivi. Se si tratti di chiarimenti utili a proseguire in maniera più nitida e proficua, sia pure dopo aver pagato pegno alle asprezze dei giudizi sommari e delle purghe interne, o se al contrario siano le premesse di ulteriori, e peggiori, contrapposizioni egoistiche.

Il quadro che si sta delineando negli ultimi giorni, soprattutto dopo i modesti risultati alle Regionali in Emilia-Romagna e quelli pessimi in Calabria, non è davvero un granché, anche depurandolo delle solite enfatizzazioni/distorsioni da parte dei media mainstream e andando a cercare altrove notizie e interpretazioni più attendibili. Di qua ci sono i “padri padroni” Grillo & Casaleggio, appoggiati dalle schiere comunque assai vaste di chi continua ad avere in loro una fiducia pressoché assoluta; di là i dissidenti che hanno da ridire su questo o su quello, dagli insuccessi elettorali ai limiti imposti alle apparizioni televisive, e invocano allo stesso tempo una maggiore autonomia individuale e un più forte coinvolgimento nelle scelte collettive, anche se poi non è mai del tutto chiaro fino a che punto siano mossi dall’amore per la democrazia, specie nella versione estremizzata e assai illusoria dello sloganistico “uno vale uno”, e quanto invece dal desiderio, o dalla smania, di affermarsi a titolo personale quali piccoli leader in ascesa.

Per noi che da sempre osserviamo la vicenda del M5S dall’esterno – tentando di vederci chiaro ed essendo liberi sia dal fervore fideistico degli adepti, sia del livore malcelato, e spesso assai interessato, dei detrattori per partito preso – è comunque la conferma che certe ambiguità erano destinate a emergere. Quelle stesse “semplificazioni” che in un primo tempo hanno favorito la crescita vertiginosa dei consensi, nel segno di una dinamica troppo rapida per non essere anche o soprattutto emotiva, ma che fatalmente ne hanno minato il prosieguo. Non si poteva ignorarlo: quello che non chiarisci prima, e di tua iniziativa, è un conto in sospeso che ti verrà chiesto di pagare successivamente, secondo tempi e modi che saranno decisi da altri. A volte può essere un rischio consapevole e quasi obbligatorio, al pari di un investimento  azzardato da fare in fretta e furia per sfruttare una congiuntura promettente e transitoria, ma ciò non toglie che successivamente lo “scoperto” andrà ripianato. O meglio onorato, per usare un termine abituale anche in campo economico ma più degno della politica, quando essa sia sana e in sostanziale buona fede.

Grillo e Casaleggio non lo hanno fatto, a tutt’oggi. Né per quel che riguarda i contenuti, nel senso delle chiavi di lettura con cui interpretare l’intera società occidentale di matrice neoliberista e a trazione statunitense, né per ciò che concerne i processi decisionali, che continuano a essere imperniati su uno strano miscuglio di accentramento quasi dispotico e di votazioni on-line dal sapore plebiscitario ma dalla partecipazione alquanto limitata, visto che non si arriva nemmeno a 30 mila “iscritti certificati”.

Una confusione che ha qualche attenuante, nel vorticoso succedersi degli eventi che hanno portato dal raduno semi spontaneo del primo V-Day del settembre 2007 al trionfo nelle Politiche del 2013, e che però deve essere assolutamente affrontata, e superata, il più presto possibile.

A patto, si intende, che l’obiettivo sia realmente quello di irrobustire il MoVimento e farne non solo il ricettacolo del malcontento nazionale, ma un esercito compatto da scagliare contro l’odierno establishment. Sia italiano che straniero. Sia ufficiale che occulto.

Federico Zamboni

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