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Rinasce una dialettica?

Le svolte nella vita di una nazione seguono sempre eventi traumatici. Non è pensabile che un ulteriore protrarsi della crisi economica non provochi l’apertura di una nuova fase politico-culturale, nonostante l’apparente generale atonìa.

Il lungo travaglio risorgimentale, con le sue pagine luminose e anche con le numerose ombre che i manuali scolastici continuano a ignorare, sfociò nella prima Italia, quella liberale, la cui figura di maggior spicco fu forse Giolitti. Era un’Italia vivacissima dal punto di vista della dialettica politica e culturale. Lo stesso liberalismo al potere era diviso in correnti significativamente contrapposte. Vi era poi il residuo del repubblicanesimo risorgimentale. Vi era l’opposizione del mondo cattolico, a sua volta scosso al suo interno da modernismi e tradizionalismi. E vi era il nascente socialismo, con la forza di una nuova fede.

Dallo sconvolgimento della Grande Guerra e della crisi postbellica scaturì la seconda Italia, quella fascista egemonizzata dalla prepotente personalità di Mussolini. La dittatura spense la molteplicità di voci dell’Italia liberale, anche se una dialettica restò all’interno del partito unico fascista, come succede sempre nelle dittature di un partito unico.

La terza Italia, quella democristiana il cui esponente più significativo fu probabilmente Andreotti, nacque dalla tragedia del conflitto più sanguinoso della storia e da quella feroce guerra civile che fu la Resistenza. Vi si ripropose la vivacità politica e culturale che fu della prima Italia. La stessa DC era divisa in correnti spesso contrapposte e cementate solo dall’esercizio del potere. Vi erano ancora le voci degli eredi, liberali e repubblicani, del Risorgimento. Vi era una destra continuatrice degli ideali fascisti. Vi era un socialismo a sua volta percorso da sensibilità diverse, in una sinistra egemonizzata da un partito comunista forte di migliaia di sezioni disseminate sul territorio, di centinaia di migliaia di militanti appassionati, di una capillare presenza nelle università, nell’editoria, nella cinematografia.

La quarta Italia, quella del pensiero unico il cui emblema fu Berlusconi, uscì dal duplice trauma del crollo dell’URSS e dell’inchiesta Mani Pulite, sullo sfondo della crisi della lira e dello spettro del fallimento, duplice trauma che permise di liquidare PCI, DC e PSI. Dietro le due fazioni del tifo pro Berlusconi e contro Berlusconi, vi si verificò una sostanziale omologazione nella melassa del pensiero unico liberal-demo-social-progressista e nella totale indifferenza alla grande geopolitica, lasciata completamente alle cure dei nostri padroni americani: un appiattimento culturale e una degenerazione del costume peggiori della dittatura fascista, come aveva preannunciato il profetico Pasolini, a sua volta preceduto dalla Scuola di Francoforte e, su altro versante e più anticamente, dal filone del migliore pensiero reazionario, antimoderno. Solo la Lega, nella sua fase iniziale, sembrò costituire un movimento popolare di opposizione vera. Anch’essa finì ben presto per omologarsi nel gran mare del berlusconismo. Il più recente Movimento Cinquestelle si sta già esaurendo in una fiammata: col vaffanculismo non si fa una politica che abbia un qualche respiro.

Siamo nel pieno di una crisi che dovrebbe essere il trauma generatore di una nuova stagione della nostra vita nazionale. Qualche segno lo si coglie, nonostante l’apparente immobilismo. Sta rinascendo una dialettica politica, dopo un ventennio di omologazione. Continua il grande centro liberal-demo-social-progressista, ora rappresentato dal Renzi erede del berlusconismo, ma rinasce una destra vera, soprattutto per opera di Salvini, una destra anti UE, anti euro, per la penalizzazione dell’immigrazione clandestina, per la difesa della famiglia e dei valori tradizionali, per l’opposizione alla presenza dell’Islam in Europa. Con la manifestazione romana del 25 ottobre è rinata anche una sinistra. Si tratta di una sinistra che non può far dimenticare di avere promosso le leggi di Treu e la riforma del lavoro di Biagi, leggi che hanno codificato il precariato; non può far dimenticare di avere definito Monti il salvatore dell’Italia, né di avere rinunciato a qualunque velleità di una politica estera distinta da quella dei padroni americani. Si tratta di una pallida socialdemocrazia, più rosée che rossa, ma pur sempre una sinistra.

La nuova destra, il centro renziano con vocazione autoritaria e la rinascente sinistra sono tutti clamorosamente inadeguati rispetto a quanto richiederebbe la svolta epocale, vero e proprio tramonto di un’intera epoca storica, che stiamo vivendo. Tuttavia non si può ignorare che una dialettica vera sta ricostituendosi. L’elemento discriminante decisivo sarà la collocazione nella grande politica internazionale. Da questo punto di vista il più coraggioso e il più lungimirante sembra essere Salvini, mentre Renzi è adagiato sulla fedeltà atlantica all’UE e agli USA, che presto sarà rafforzata dal nefasto TTIP, e la sinistra non va oltre il generico pacifismo degli arcobaleni. Salvini ha puntato decisamente sulla carta di un asse tra una futura Francia lepenista e la Russia putiniana. Se questa possibile svolta dovesse configurarsi come esito della crisi in corso, Salvini avrebbe giocato la carta vincente. Tuttavia il suo viaggio nella Corea del Nord insieme a Razzi induce a dubitare che più che di coraggiosa lungimiranza si tratti di improvvisazione priva di spessore e di visione strategica. L’alba della quinta Italia è soltanto un barlume. L’alternativa è l’estinzione della nazione, processo in atto. 

Luciano Fuschini

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