Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Indovinate un po’, chi vuole «spaccare in due l’Italia»

Gli è scappato un lampo di verità, a Matteo Renzi: «C’è un disegno per spaccare in due l’Italia». In effetti la frase si riferisce solo al mondo del lavoro, e ovviamente è pronunciata allo scopo di tirare acqua al mulino del governo e ribadire per l’ennesima volta che le riforme, a cominciare dal Jobs Act, sono l’architrave della riscossa nazionale. Tuttavia, presa in sé stessa, l’affermazione sintetizza benissimo quello che sta accadendo.

È vero: «c’è un disegno per spaccare in due l’Italia». Ma non nel senso che voleva esprimere il presidente del Consiglio. Secondo lui la linea di frattura sarebbe tra i benemeriti innovatori della sua stessa tempra e i biechi passatisti in stile Cgil. In questa messinscena a tinte forti i primi, capitanati appunto dal premier, sono gli angioletti che non vedono l’ora di ripristinare la massima equità tra le nuove e le vecchie generazioni, eliminando le differenze di trattamento fra gli innumerevoli giovani in balia del precariato e i più anziani che, viceversa, sono ancora protetti dai contratti a tempo indeterminato e dallo Statuto dei lavoratori. I secondi, al contrario, sono i diavolacci che tramano per lasciare tutto com’è, preoccupandosi solo dei lavoratori dipendenti di vecchio stampo e fottendosene degli altri.

La giusta chiave di lettura è totalmente diversa. Al di là degli interessi di bottega che ispirano gran parte delle “battaglie” sindacali, la vera spaccatura che si sta perseguendo in Italia (o meglio: anche qui in Italia) è quella di un crescente divario tra i pochi che hanno moltissimo e i tantissimi che si dividono, e si contendono, quello che resta. Una sperequazione che d’altronde è già in atto da tempo e che viene puntualmente confermata dai dati ufficiali sulla “distribuzione” della ricchezza. Nel giugno 2013, ad esempio, il Sole 24 Ore riconosceva senza girarci intorno che «gli estremi si allontanano, ovvero i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri».

Qualsiasi ragionamento sul futuro, quindi, dovrebbe partire da due domande chiarissime: come siamo arrivati alla situazione odierna? E come andrebbe modificato il modello economico e sociale per eliminare, quantomeno, i principali fattori di iniquità?

La tesi che si cerca di far passare, al contrario, è quella di un interesse comune e generalizzato a rilanciare il Pil. Tutti uniti a remare nella medesima direzione, e pazienza se poi, come al solito e magari ancora più del solito, a trarne il maggior vantaggio saranno gli armatori e i loro fedeli capataz, a scapito della ciurma che si affanna nelle stive. E che in caso di necessità verrà prontamente decimata gettando in mare chi nel frattempo sarà diventato di troppo, non appena la logica del massimo profitto lo avrà trasformato in una zavorra inutile. Dannosa. Sacrificabile.

La manipolazione di Renzi consiste nel contrapporre un passato odioso, e ormai incancrenito, a un futuro seducente, e definitivamente risanato. Il trucco è mostrare/esibire un solo pezzetto alla volta, puntando il dito contro alcuni vizi  accuratamente selezionati e ignorando gli altri. La mistificazione è prendere a pretesto la cattiva applicazione di certi principi, vedi appunto le sacrosante tutele sindacali che non di rado sono degenerate nella difesa capziosa di singoli cialtroni o di intere categorie, per liquidare in una condanna senza appello quegli stessi principi.

La colpa, così, è invariabilmente ed esclusivamente dei tribuni della plebe che hanno esagerato, pur di essere rieletti e continuare a fruire di qualche privilegio. All’opposto, neanche l’ombra di una censura sul patriziato corrotto che tira i fili. E che si avvia a serrarli in una miriade di nodi ancora più stretti, nell’Italia modernizzata del proto dittatore fiorentino insediato a Palazzo Chigi.

Federico Zamboni

I nostri Editori

Ribelle 61 - Settembre 2014

Rinasce una dialettica?